Georges Pompidou, il primo vero Presidente francese
Oggi avrebbe compiuto gli anni Georges Pompidou. Il primo vero presidente della Francia dopo l’epopea di Charles de Gaulle. Una figura che la memoria europea ha progressivamente semplificato fino quasi a dimenticare.
Oggi il suo nome sopravvive soprattutto nel Centre Pompidou di Parigi, il grande museo di arte contemporanea nel cuore della città, simbolo della modernità tecnologica degli anni Settanta. È curioso che un presidente della Repubblica venga ricordato più per un museo che per la politica con cui contribuì a trasformare la Francia in una potenza industriale moderna.
Pompidou non era un politico nel senso classico del termine. Prima di entrare nella vita pubblica era stato un professore di letteratura, un uomo di cultura con una passione per la poesia e la storia. Aveva insegnato, scritto, letto molto. Poi aveva lavorato nella Banca Rothschild, acquisendo quella competenza economica che sarebbe diventata preziosa negli anni del governo.
Quando Charles de Gaulle lo scelse come primo ministro nel 1962, Pompidou appariva quasi un corpo estraneo nella politica francese. Non aveva il carisma del generale, né la retorica della Resistenza. Non incarnava il mito nazionale. Aveva però una qualità che nella politica spesso vale più del carisma: la capacità di governare.
Fu lui a gestire uno dei momenti più delicati della Francia contemporanea, la crisi del maggio 1968. Mentre la protesta studentesca e operaia paralizzava il paese e sembrava minacciare le istituzioni, Pompidou scelse la strada del pragmatismo. Negoziazioni, compromessi, pazienza. Non fu una risposta spettacolare, ma funzionò.
Quando nel 1969 De Gaulle si dimise dopo il fallimento del referendum sulle riforme istituzionali, Pompidou fu eletto Presidente della Repubblica. Era il passaggio dalla Francia eroica della ricostruzione alla Francia della modernizzazione.
Il suo mandato segnò una trasformazione concreta del paese. Pompidou puntò sull’industria, sull’energia nucleare, sulle infrastrutture e su una politica europea più pragmatica. Fu sotto la sua presidenza che la Francia consolidò il proprio ruolo nella Comunità europea e accettò l’ingresso del Regno Unito nel Mercato comune. Non era un visionario come De Gaulle. Era qualcosa di diverso. Un amministratore dello Stato con una visione concreta del futuro.
Eppure, la sua figura è rimasta quasi nascosta tra altre presidenze. De Gaulle, Giscard d’Estaing, Mitterrand. La storia tende a ricordare i fondatori e i leader carismatici. Gli uomini che governano con equilibrio e continuità finiscono spesso nell’ombra.
Il destino di Pompidou fu segnato anche dal modo in cui si concluse la sua presidenza. Eletto nel 1969, avrebbe dovuto restare all’Eliseo fino al 1976. Non arrivò mai alla fine del mandato. Morì il 2 aprile 1974 mentre era ancora presidente, colpito da una rara malattia del sangue che per mesi era stata tenuta quasi segreta. La Francia scoprì la gravità della situazione praticamente solo al momento della sua morte. Fu una fine improvvisa e discreta. In fondo, coerente con il suo carattere. Non uscì di scena con un gesto politico come aveva fatto De Gaulle. Semplicemente scomparve mentre governava.
De Gaulle fece la storia. Pompidou fece funzionare la Francia. E spesso la seconda impresa è più difficile della prima. Del resto, come disse lo stesso De Gaulle con una battuta che è diventata quasi un proverbio politico, come si può governare un paese che produce più di duecento tipi di formaggio. Forse la risposta è proprio questa. Con meno retorica e più governo. Proprio come fece Pompidou.
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