Spadolini, l’ultimo intellettuale a governare
Nel 2025 l’Italia ha celebrato, in maniera abbastanza sobria, i cento anni dalla nascita di Giovanni Spadolini. Convegni, mostre, commemorazioni istituzionali. Un anno dopo, nel silenzio quasi totale, ricorrono i centouno proprio oggi 21 giugno. È forse il destino dei politici-intellettuali: celebrati nelle ricorrenze ufficiali e poi lentamente rimossi dalla memoria viva della politica.
Eppure, Spadolini non fu figura marginale. Nel giugno del 1981 ricevette l’incarico di formare il governo e diventò il primo presidente del Consiglio della Repubblica italiana non appartenente alla Democrazia Cristiana. Dal 1946 tutti i governi erano stati guidati da uomini della DC. Trentaquattro anni di continuità che avevano reso naturale quel monopolio. Con Spadolini qualcosa cambiò.
Non era un leader di massa, né un capo carismatico nel senso moderno. Guidava il Partito Repubblicano Italiano, una formazione piccola ma prestigiosa, erede della tradizione laica e risorgimentale. La sua autorità non derivava dal consenso elettorale, ma da un’altra fonte: la cultura.
Prima di diventare uomo di governo era stato uno storico. Professore universitario, studioso del Risorgimento e della storia dello Stato italiano, autore di saggi e libri che ancora oggi vengono citati nelle bibliografie accademiche. Aveva diretto il Resto del Carlino e il Corriere della Sera, portando nel giornalismo italiano un tono civile e polemico, sorretto da una solida conoscenza della storia.
Quando entrò in politica attiva lo fece con quella formazione. Non era un tecnico nel senso amministrativo del termine, né un professionista della politica cresciuto nelle segreterie di partito. Era un intellettuale che considerava la politica quale prosecuzione della storia e della riflessione civile.
La sua carriera ministeriale iniziò nel 1974, come ministro dei Beni culturali. Anche in questo caso il tratto distintivo fu culturale prima che politico: fu lui a dare forma e dignità istituzionale al Ministero per i Beni Culturali, riconoscendo che il patrimonio artistico italiano non era soltanto una questione amministrativa, ma un elemento fondamentale dell’identità nazionale.
Quando nel 1981 arrivò a Palazzo Chigi, il suo governo nacque in un momento delicato della vita italiana. Gli anni di piombo non erano ancora completamente finiti, la crisi economica pesava sul sistema politico e la logica dei partiti dominava ogni decisione. Spadolini guidò due governi in poco più di un anno, con una leadership fatta più di equilibrio e autorevolezza che di spettacolarità. Non era un uomo da comizi infuocati. Parlava con il tono dello storico, con la consapevolezza di chi conosce il lungo corso delle istituzioni.
Dopo l’esperienza di governo continuò la sua carriera nelle istituzioni diventando presidente del Senato, ruolo che ricoprì per molti anni. Anche lì mantenne lo stesso stile: un uomo che considerava la politica come una forma di responsabilità culturale.
Oggi una figura simile appare quasi inconcepibile. La politica contemporanea seleziona leader secondo criteri molto diversi da quelli della Prima Repubblica. La visibilità mediatica conta più della formazione culturale, la capacità di comunicazione spesso prevale sulla profondità dello studio. I leader nascono più facilmente nei talk show o nei social network che nelle università o nelle redazioni dei giornali.
Non è soltanto una questione di nostalgia per un’epoca passata. È un cambiamento strutturale del rapporto tra cultura e potere. Nel dopoguerra italiano esisteva ancora una classe dirigente che si formava nei libri prima che nelle campagne elettorali. Intellettuali, storici, giuristi, economisti potevano diventare uomini di governo senza che questo apparisse strano. La cultura era una forma di legittimazione politica. Spadolini apparteneva a quella tradizione.
Dopo di lui l’Italia ha avuto presidenti del Consiglio tecnici, leader di partito, professionisti della politica, economisti, manager. Figure molto diverse tra loro, alcune di grande competenza amministrativa, altre di forte capacità politica. Ma nessun altro uomo di cultura nel senso pieno del termine: qualcuno la cui autorevolezza derivasse prima di tutto dal lavoro intellettuale.
È forse per questo che Spadolini appare oggi come una figura di un’altra stagione. Non soltanto un protagonista della Prima Repubblica, ma l’ultimo rappresentante italiano di una tradizione più antica: quella del politico che nasce dai libri. Una tradizione che nel nostro paese aveva radici profonde. Basti pensare a uomini come Benedetto Croce o Luigi Einaudi, per i quali la politica non era separata dalla riflessione culturale, ma ne era una conseguenza naturale.
Con Giovanni Spadolini quella tradizione si è probabilmente chiusa. Non perché manchino persone colte nella politica italiana. Ma perché la cultura, da sola, non basta più a costruire una leadership. Per questo il centunesimo anniversario della sua nascita è passato quasi inosservato. Non per ingratitudine, ma perché apparteneva a un modo di concepire la politica che oggi sembra lontano. Un modo in cui il potere non nasceva soltanto dal consenso o dalla comunicazione, ma anche – e forse soprattutto – dalla conoscenza della storia.
©Futuro Europa® Riproduzione autorizzata citando la fonte. Eventuali immagini utilizzate sono tratte da Internet e valutate di pubblico dominio: per segnalarne l’eventuale uso improprio scrivere alla Redazione
