La guerra più pacifica di sempre
Il 14 giugno 2022 si concludeva la “guerra del whisky” tra Canada e Danimarca. Durava dal 1973 e si combatteva sull’isola artica di Hans, un pezzo di roccia di poco più di un chilometro quadrato perso tra Groenlandia e Canada.
Cinquanta anni di guerra senza violenza e poca pubblicità sui giornali. Non ci furono mai battaglie, né trincee, né morti. Solo bandiere piantate nel terreno e bottiglie lasciate come trofeo. I soldati canadesi arrivavano, issavano la loro bandiera e lasciavano una bottiglia di whisky. I danesi sbarcavano qualche tempo dopo, sostituivano la bandiera e lasciavano schnapps o acquavite. Poi tutto ricominciava. Così, per quasi cinquant’anni.
È difficile trovare un’altra “guerra” che sia durata mezzo secolo senza sparare un colpo. Eppure, quella disputa, minuscola e quasi grottesca, racconta qualcosa di interessante: per cinquant’anni il mondo ha tollerato quella contesa con una sorta di benevola ignavia. Nessuno si è scandalizzato, nessuno ha mobilitato eserciti o pronunciato discorsi solenni sulla sovranità violata. La diplomazia ha lasciato che il tempo e il buon senso facessero aragoste tra Francia e Brasile negli anni Sessanta, combattuta più con note diplomatiche che con cannoni; o la breve e surreale guerra del merluzzo tra Regno Unito e Islanda.
Non è l’unico caso di conflitti simbolici. Nel Novecento ci sono state “guerre” quasi teatrali: la guerra dei pescherecci, pattugliatori e reti tagliate. Ma nessuna ha avuto l’eleganza paradossale di quella combattuta a colpi di bandiere e bottiglie. Quando finalmente nel 2022 Canada e Danimarca hanno firmato l’accordo che divide l’isola a metà, la cosiddetta guerra del whisky si è chiusa come era iniziata: senza vincitori, senza sconfitti e senza tragedie.
Viene quasi da pensare quanto sarebbe diverso il mondo se le contese si risolvessero così. Se Russia e Ucraina si affrontassero a colpi di vodka lasciate sui posti di frontiera. Se noi italiani e i francesi sostituissimo le schermaglie diplomatiche con bottiglie di prosecco da una parte e champagne dall’altra, magari accompagnate da un bidet italiano piantato nella neve delle Alpi. O se Stati Uniti e Iran si limitassero a scambiarsi lattine di cola e tazze di tè lungo il Golfo Persico. Magari sparando con innaffiatoi, perché i camion con le pompe fanno troppo male.
E a quel punto la scena ricorderebbe quasi quella di un vecchio film del 1959, The Mouse That Roared, che in Italia venne tradotto con Il ruggito del topo. Un minuscolo ducato europeo decideva di dichiarare guerra agli Stati Uniti sperando di perdere e ottenere così gli aiuti della ricostruzione. Ma la guerra finiva, paradossalmente, con una vittoria involontaria. Un esercito sgangherato armato di archi e frecce contro una potenza nucleare che vince la guerra perché… Non voglio spoilaerare. Guardatelo. Un grandissimo Peter Seller.
Sarebbero conflitti molto meno eroici, forse. Ma ricorderebbero una vecchia intuizione dei pacifisti degli anni Sessanta: mettete fiori nei vostri cannoni. Non servirà a vincere le guerre. Ma potrebbe almeno impedirci di prenderle troppo sul serio.
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