Dino Crocetti, alias Dean Martin
Il 7 giugno 1917 nasceva Dean Martin. Oggi avrebbe compiuto centonove anni. È curioso come la memoria collettiva riduca spesso le figure più popolari a una sola immagine. Nel suo caso è quasi inevitabile: un sorriso un po’ ironico, un bicchiere in mano, e le prime note di That’s Amore. Basta questo perché milioni di persone riconoscano immediatamente il personaggio.
Ma basta anche questo per nascondere tutto il resto. Perché Dean Martin, prima di diventare Dean Martin, era Dino Paul Crocetti. Era nato a Steubenville, Ohio, una cittadina industriale dove i figli degli immigrati italiani crescevano parlando più il dialetto dei genitori che l’inglese della scuola. Suo padre era un barbiere abruzzese. In casa si parlava italiano, o qualcosa che gli assomigliava. L’America era fuori dalla porta, e per entrarci bisognava imparare in fretta.
Dino non sembrava destinato allo spettacolo. Fu pugile dilettante, lavoratore nei casinò, cantante nei piccoli locali notturni. La sua carriera non nasce nei teatri eleganti ma nei retrobottega rumorosi della provincia americana. Come spesso accade ai figli dell’emigrazione, la sua prima qualità fu l’adattamento: capire il pubblico, capire il ritmo della sala, capire quando parlare e quando tacere.
Quando diventò Dean Martin, negli anni Quaranta, lo fece con una scelta che molti figli degli immigrati italiani avevano già compiuto prima di lui: cambiare nome per diventare più americani. Dino Crocetti fece la sua metamorfosi per trasformarsi in Dean Martin. Non era soltanto una decisione artistica. Era una piccola trasformazione identitaria, una porta aperta verso il grande spettacolo americano.
La svolta arrivò con l’incontro con Jerry Lewis. Il duo Martin & Lewis fu uno dei fenomeni comici più popolari degli Stati Uniti del dopoguerra. Lewis era il vulcano, l’attore frenetico e clownesco; Martin il contrappunto, l’uomo elegante che cantava con apparente indifferenza mentre il caos gli esplodeva intorno. Era una coppia perfettamente bilanciata: l’eccesso e la misura.
Quando la collaborazione finì, molti pensarono che la carriera di Martin fosse destinata a sbiadire. Accadde l’opposto. Negli anni Cinquanta e Sessanta Dean Martin divenne una delle figure più riconoscibili dello spettacolo americano. Cantante, attore, uomo televisivo, membro del celebre Rat Pack insieme a Frank Sinatra, Sammy Davis Jr. e Peter Lawford.
Era l’epoca di Las Vegas, delle grandi sale illuminate, dell’America che usciva dalla guerra e scopriva una nuova prosperità. Il Rat Pack incarnava quella stagione con un misto di ironia, stile e disinvoltura. Sinatra rappresentava la drammaticità del talento, la voce che si piega e soffre. Dean Martin invece era la leggerezza. Non sembrava mai impegnarsi troppo. Cantava come se la musica gli uscisse naturalmente, senza sforzo.
Ed è proprio questa leggerezza che lo ha reso, nel tempo, paradossalmente sottovalutato. La storia dello spettacolo tende a privilegiare le figure tormentate, i talenti tragici, gli artisti che combattono con il proprio destino. Dean Martin non era niente di tutto questo. Era un professionista perfetto. Aveva una voce baritonale morbida, un fraseggio jazz naturale, e soprattutto possedeva un’arte difficile da spiegare: la capacità di far sembrare semplice ciò che semplice non è.
Il suo personaggio pubblico – l’uomo sempre un po’ alticcio, ironico, distratto – era in gran parte una costruzione scenica. Martin sapeva esattamente cosa stava facendo. L’aria disordinata faceva parte dello spettacolo. In realtà controllava ogni pausa, ogni battuta, ogni tempo musicale con precisione.
Negli anni Sessanta il Dean Martin Show diventò uno dei programmi televisivi più seguiti d’America. Il suo stile era rilassato, quasi casuale. Ospiti che entravano e uscivano dal palco, battute improvvisate, canzoni cantate con disinvoltura. Ma dietro quell’apparente improvvisazione c’era una regia attentissima.
Eppure, quando oggi si pronuncia il suo nome, la memoria collettiva torna sempre alla stessa immagine: That’s Amore. Una canzone leggera, quasi caricaturale nella sua italianità da cartolina. Luna sopra Napoli, pizza e mandolini. Un piccolo teatro sentimentale che l’America del dopoguerra adorava.
È curioso che proprio quella canzone sia diventata il simbolo definitivo di Dean Martin. Perché dietro quella melodia allegra c’era un figlio dell’emigrazione che aveva attraversato il Novecento americano trasformando la propria identità. Dino Crocetti era diventato Dean Martin senza mai perdere del tutto il sorriso ironico di chi conosce due mondi.
Forse è questo il motivo per cui la sua figura appare oggi meno celebrata di quella di altri grandi dello spettacolo. Sinatra ha avuto il dramma, le cadute, la rinascita. Martin ha avuto il talento più raro: la naturalezza. E la naturalezza, nella storia dello spettacolo, è una qualità difficile da raccontare. Il pubblico ricorda la canzone. Ma spesso dimentica l’intelligenza e lo stile che servono per cantarla così.
©Futuro Europa® Riproduzione autorizzata citando la fonte. Eventuali immagini utilizzate sono tratte da Internet e valutate di pubblico dominio: per segnalarne l’eventuale uso improprio scrivere alla Redazione
