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Governi Prodi, anatomia di fallimenti annunciati

C’è una coincidenza che la cronaca registra distrattamente e che la politica finge di non vedere. I due governi guidati da Romano Prodi iniziano entrambi il 17 maggio. Il primo nel 1996, il secondo nel 2006. Stesso giorno, stessa solennità, stessa liturgia repubblicana. A dieci anni esatti di distanza. Le date, si sa, non fanno la storia. Ma talvolta la illuminano.

Il 17 maggio 1996 nasce un governo che promette disciplina finanziaria, Europa, stabilità. Il 17 maggio 2006 ne nasce un altro che promette equilibrio, responsabilità, coesione. Dieci anni passano, le coalizioni cambiano nome, il Paese è diverso, ma la scena è sorprendentemente simile: maggioranze numericamente sufficienti, politicamente composite; entusiasmo iniziale, equilibrio precario; fiducia parlamentare ottenuta, fiducia politica da conquistare giorno per giorno.

Nessuno dei due esecutivi arriva alla fine naturale della legislatura. Il primo cade nell’ottobre 1998, il secondo nel gennaio 2008. Sommando le due esperienze, si arriva a poco più di quattro anni complessivi. Meno di una legislatura ordinaria. Ed entrambi cadono perché la maggioranza che li sosteneva si rivela a dir poco fragile se non raffazzonata.

Non è un record di brevità. La storia repubblicana conosce governi assai più effimeri. Non siamo di fronte a esperimenti balneari o a parentesi tecniche. Sono governi politici, nati da vittorie elettorali. E tuttavia, osservati insieme, offrono un dato che merita qualche riflessione meno emotiva e più anatomica.

Il punto non è la caduta in sé. In democrazia i governi cadono, ed è perfino salutare che possano farlo. Il punto è la regolarità con cui maggioranze nate come “larghe” si rivelano fragili; la frequenza con cui coalizioni pensate per vincere le elezioni faticano poi a governare. La vittoria elettorale non coincide con la solidità parlamentare. È una distinzione che spesso si scopre troppo tardi.

Nel primo caso, l’appoggio esterno di forze politiche non integrate nella maggioranza formale crea una tensione permanente. Nel secondo, una maggioranza risicatissima al Senato trasforma ogni voto in un esercizio di equilibrismo. Non servono crisi internazionali o cataclismi economici per logorare l’esecutivo: basta la fisiologia della frammentazione.

Il sistema, più che i singoli, sembra essere il protagonista silenzioso di questa vicenda. Un sistema che consente la formazione di coalizioni elettorali ampie, ma non garantisce la loro coesione decisionale. Un sistema che moltiplica i centri di veto e riduce il margine di manovra dell’esecutivo. Un sistema in cui la stabilità è più un auspicio che una conseguenza naturale delle urne.

Il fatto che entrambi i governi inizino lo stesso giorno, a dieci anni di distanza, suggerisce una curiosa simmetria. Non è una maledizione del calendario, naturalmente. È piuttosto la ripetizione di uno schema: nascita con mandato politico all’apparenza forte, esercizio del potere sotto costante negoziazione interna, caduta per logoramento progressivo.

La domanda, allora, non è se quei governi siano stati brevi. La domanda è se l’architettura che li ha prodotti fosse predisposta a sostenerli per cinque anni. In altre parole: l’instabilità è un incidente o una caratteristica strutturale? In Italia si discute spesso di leadership, raramente di ingegneria istituzionale. Si attribuisce la caduta di un esecutivo al carattere del presidente del Consiglio, alla disciplina dei partiti, alle ambizioni personali. Tutti elementi reali, ma secondari se l’impianto complessivo rende la maggioranza un mosaico delicato. Quando il mosaico è fragile, basta una tessera fuori posto.

Due governi, stesso giorno di nascita, meno di una legislatura complessiva. Non è un’anomalia clamorosa nel panorama repubblicano. È, semmai, un promemoria. La stabilità non si proclama, si costruisce. E se non si costruisce nell’architettura, difficilmente si regge nella prassi.

La politica ama le date simboliche. Gli storici amano le ricorrenze. Gli elettori, più semplicemente, amano sapere chi governa e per quanto tempo. Quando due governi non coprono una legislatura, la questione non è nostalgia o polemica. È capire se il problema sia stato l’uomo, la coalizione o il sistema che li ha messi insieme.

Le date tornano. Le dinamiche, talvolta, anche. Sta alla politica decidere se limitarsi a registrarle o provare a correggerle.

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