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La nascita del thatcherismo

Nel maggio del 1979 una donna entra al numero 10 di Downing Street. È la prima volta. Non è nata nell’aristocrazia, non viene da una dinastia politica, non ha frequentato i salotti giusti. È la figlia di un droghiere. E proprio per questo non si sente in debito con nessuno. Parliamo di Margaret Thatcher.

Il Regno Unito in quel momento è stanco. Scioperi continui, inflazione alta, un senso diffuso di declino. Il Paese che aveva governato mezzo mondo sembra non riuscire più a governare sé stesso. Era un ricordo la swinging London dei Beatles e Mary Quant. È in quel clima che una parte dell’elettorato sceglie di rompere. Non di aggiustare. Di cambiare paradigma.

L’inizio di quella stagione non è fatto solo di misure economiche. È un cambio di tono. Di linguaggio. Di postura. Non si promette più protezione universale. Si parla di responsabilità individuale. Non si invoca lo Stato come scudo permanente. Si chiede allo Stato di arretrare. È una rottura culturale prima ancora che politica. L’atto di abolire il bicchiere di latte che i bambini ricevevano ogni giorno a scuola fu uno shock. Ma servì.

E qui sta il punto che interessa anche l’elettore italiano di oggi. Quando una società vota qualcuno che viene “da fuori”, che non appartiene alle élite tradizionali, che non è cresciuto dentro le stanze del potere, non sta votando solo un programma. Sta votando una narrazione. Sta votando l’idea che si possa salire senza chiedere permesso. Che la politica non sia proprietà ereditaria. La figlia del droghiere rappresentava questo: la possibilità di scalare un sistema percepito come chiuso. Piaceva o non piaceva, ma rompeva un ordine consolidato. Non era rassicurante. Era determinata. E questo, in tempi di incertezza, per molti diventa una qualità decisiva.

Le sue scelte divisero il Paese. Privatizzazioni, scontro con i sindacati, riforme dure. C’è chi ancora oggi le attribuisce la modernizzazione dell’economia britannica. C’è chi le rimprovera fratture sociali profonde. Ma nessuno può dire che non abbia lasciato un’impronta. E non solo per le Falkland o il crollo del Muro di Berlino.

Ogni stagione politica che nasce da una rottura ha due anime. Una è quella della speranza: finalmente qualcuno che non appartiene al sistema. L’altra è quella della prova dei fatti: governare è più complesso che denunciare. La protesta è un linguaggio. Il governo è un mestiere. L’elettore conosce bene questa dinamica. Quando sceglie un volto che non viene dalle dinastie politiche, che non ha un cognome pesante alle spalle, che parla un linguaggio diretto, sta facendo qualcosa di simile a ciò che fecero molti britannici nel 1979. Sta premiando l’idea che l’ascensore sociale possa esistere anche in politica. Probabilmente gli americani lo fecero votando Ronald Reagan.

Ma la storia insegna una cosa semplice: l’origine non basta. Essere “figlia di” o “figlio di” non garantisce nulla. Conta la capacità di trasformare una narrazione in struttura. La forza simbolica in visione strategica. Il consenso in risultati.

C’è un dettaglio che racconta meglio di tanti saggi l’impatto di quella stagione. Anni dopo, quando alla Thatcher chiesero quale fosse stato il suo più grande successo politico, rispose: “Tony Blair”. Era una provocazione, ma non troppo. Perché il leader laburista che vinse nel 1997 non riportò indietro l’orologio. Non smontò l’impianto economico costruito negli anni precedenti. Lo adattò, lo ammorbidì, ma ne accettò l’architettura di fondo. In altre parole, la rottura culturale aveva vinto al punto da costringere gli avversari a cambiare linguaggio e in parte politica. Questo, in politica, è il segno più forte di un’epoca: non quando convinci solo i tuoi, ma quando costringi i tuoi rivali a muoversi sul terreno che hai tracciato tu.

La politica moderna è piena di rotture. Poche diventano epoche. E l’elettore, alla fine, non giudica l’origine. Giudica la capacità di trasformare una storia personale in un cambiamento che resiste anche dopo di te.

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