Economia

Conti pubblici Italia: più che i decimali, punto cruciale è la fiducia dei mercati

Come si temeva, Eurostat ha certificato che il rapporto deficit-PIL in Italia è stato nel 2025 del 3,1%, un risultato eccezionale considerando che era oltre l’8% nel 2022, ma non sufficiente per farci scendere sotto la soglia del 3%, requisito necessario per l’uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo. Dunque, non un fallimento del governo come gridato da qualcuno, ma sicuramente un peccato perché l’uscita in anticipo dalla procedura avrebbe allentato i nostri vincoli di bilancio consentendoci di supportare maggiormente famiglie ed imprese nell’ambito della prossima manovra.

Invece, stando così le cose, il Governo dovrà trovare un complesso punto di incontro tra la necessità di garantire la stabilità dei nostri conti pubblici (proprio nell’ottica di uscire dalla procedura di infrazione il prossimo anno) e la necessità imprescindibile di non abbandonare al proprio destino un comparto produttivo in forte affanno.

Secondo punto, crescita e PIL. Altrettanto delicata e soprattutto incerta è la variabile crescita. Più in particolare le previsioni contenute nel DEF prevedono una crescita del PIL italiano dello 0,6% sia nel 2026 che nel 2027, dati sostanzialmente in linea con le previsioni dei principali osservatori istituzionali, ma dati dipendenti in toto dalla durata della guerra nel Golfo.

Ovviamente, questo scivolamento verso un’economia più stagnante non è certo un problema solo italiano; la Germania, ad esempio, ha dimezzato le sue previsioni di crescita per il 2026 portandole dall’1% ad un più modesto 0,5%.

Terzo punto, il fattore fiducia: sulla base di quanto detto appare evidente che ci troviamo di fronte a una crisi particolarmente contagiosa in grado di aggredire tutti i gangli principali dell’economia: fonti energetiche, trasporti, agricoltura, semiconduttori eccetera. Ma quello che è importante sottolineare è che per un Paese come l’Italia, con un debito oltre i 3 mila miliardi, il punto cruciale non sta affatto nel decimale in più di deficit o nel decimale in meno di PIL, quanto nel mantenimento a qualunque costo della fiducia di investitori, mercati, società di rating e partner commerciali.

Guai se l’Italia si fosse trovata ad affrontare questa crisi così contagiosa, isolata e circondata da un clima di sfiducia come accaduto nella crisi del 2015. Oggi forse abbiamo ancora qualche problema di decimali, ma certo non corriamo il rischio di essere percepiti come l’anello debole della catena europea e di vedere i nostri titoli sovrani in balia della speculazione. Almeno di questo, oggettivamente, bisogna dar atto al governo e, in particolare, al Ministro Giorgetti.

[NdR – Fonte Teleborsa.it che si ringrazia per la collaborazione – Andrea Ferretti è docente al corso di Gestione delle Imprese Familiari – Università di Verona]

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