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Quarant’anni da Chernobyl e il referendum della paura

Il 26 aprile 1986 esplode il reattore numero 4 di Chernobyl. Per settimane l’Europa vive con l’ansia invisibile della nube radioattiva. In Italia si parla di latte da buttare, di verdure da non mangiare, di pioggia pericolosa. Le immagini arrivano confuse, ma bastano a imprimere una parola nella mente collettiva: nucleare uguale pericolo.

L’anno dopo, nel 1987, l’Italia vota. È un referendum che formalmente non dice “sì” o “no” al nucleare, ma politicamente lo archivia. La decisione è netta. Si chiudono le centrali. Si interrompe un percorso industriale. Si esce da una tecnologia che fino a quel momento era stata considerata una delle strade per l’indipendenza energetica.

Fu una scelta sbagliata? La risposta non è semplice. Ma una cosa è certa: fu una scelta emotiva a cui contribuì non poco la “minaccia” rappresentata dai missili nucleari americani di Regan facendo passare molto in secondo piano da dove era emerso il pericolo vero.

Chernobyl non fu un incidente qualsiasi. Fu il simbolo del fallimento di un sistema opaco, tecnicamente fragile e politicamente chiuso. Ma l’onda emotiva non distinse tra il reattore sovietico e la filiera occidentale, tra un modello progettuale specifico e l’intera tecnologia. Il timore divenne rifiuto. Il rifiuto divenne politica energetica. E l’Italia decise di pancia.

Ogni Paese ha il diritto di decidere come produrre energia. Ma ogni scelta strutturale ha conseguenze che durano decenni. L’Italia, rinunciando al nucleare, ha continuato ad aver bisogno di energia. Non ha smesso di consumarla. L’ha comprata. Spesso da Paesi che il nucleare non l’avevano abbandonato. Ha aumentato la dipendenza dal gas. Ha legato la propria sicurezza energetica a equilibri geopolitici instabili.

Le decisioni prese sull’onda dell’emozione hanno un tratto comune: sembrano definitive e rassicuranti nel momento in cui vengono prese. Ma la realtà è più ostinata delle paure. L’energia serve. L’industria serve. La stabilità delle reti serve. E quando non si produce in casa, si dipende.

Non si tratta di fare un’operazione nostalgica o di riscrivere la storia. Chernobyl è stato un disastro reale, con vittime reali. La paura non era irrazionale. Ma la domanda, quarant’anni dopo, è un’altra: siamo capaci di distinguere tra rischio e panico? Tra errore di gestione e condanna della tecnologia? Tra prudenza e ritiro strategico?

Oggi il dibattito sul nucleare torna in forme diverse. Si parla di reattori di nuova generazione, di sicurezza passiva, di modularità, di emissioni ridotte. Intanto la crisi climatica impone scelte complesse. Le rinnovabili crescono, ma richiedono sistemi di compensazione. Il gas resta vulnerabile a tensioni internazionali. Il carbone è una regressione. La questione energetica non è ideologica, è strutturale.

Il referendum del 1987 ha rappresentato una volontà popolare legittima. Ma è anche il simbolo di un tratto italiano ricorrente: decidere sotto pressione, senza costruire un’alternativa completa. Chiudere è più semplice che sostituire. Dire no è più facile che progettare.

Le scelte energetiche non sono mai neutre. Hanno un costo economico, un costo strategico, un costo politico. A volte il costo si vede subito. A volte emerge anni dopo, quando la dipendenza diventa vulnerabilità.

Quarant’anni dopo Chernobyl, forse la vera lezione non riguarda solo il nucleare. Riguarda il modo in cui una società decide. Una democrazia matura non elimina la paura. La governa. Non nega il rischio. Lo valuta. Non reagisce soltanto. Pianifica.

La prima riflessione è questa: quando la politica si lascia guidare dall’emozione, il conto arriva sempre più tardi. E quando arriva, non è emotivo. È economico. La seconda è più sottile: la sicurezza assoluta non esiste. Esiste solo la gestione del rischio. E rifiutarsi di gestire un rischio non significa eliminarlo. Significa spostarlo altrove, spesso fuori dal proprio controllo.

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