Politica

Cronache dai Palazzi

Nessun botta e risposta tra Roma e Washington. Le rispettive diplomazie sono impegnate per ricucire lo strappo ma senza forzature. “Il rapporto tra Italia-Usa non è certo finito, ci sarà sicuramente modo di parlarsi”, puntualizza la premier. Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro degli Esteri Antonio Tajani: “L’Italia è e vuole rimanere un partner degli Usa. Strategico. Perché è nostro interesse politico, economico, culturale, sociale, rimanere saldamente uniti”. In sostanza “come l’Italia e l’Europa hanno bisogno degli Usa, così l’America ha bisogno dell’Italia e dell’Europa. Senza unità dell’Occidente, culla della democrazia e delle libertà, c’è il rischio concreto che prevalgano le autocrazie”.

Al termine di una settimana contrassegnata da pesanti frizioni con gli Stati Uniti, a causa di duri attacchi su più fronti da parte dell’altra sponda dell’Atlantico, a Parigi si sono riuniti i Volenterosi, ossia i quattro leader europei – Meloni, Macron, Starmer e Merz – che sostengono che l’Europa può fare la propria parte nell’ambito della crisi in Medio Oriente favorendo una missione “neutra” e difensiva nello Stretto di Hormuz. Hanno partecipato inoltre una cinquantina di Paesi e di organizzazioni internazionali e, in videoconferenza, anche il presidente Volodymyr Zelensky insieme ad un osservatore cinese e un osservatore indiano. La coalizione dei Volenterosi è sorta il 17 febbraio 2025 a Parigi, su iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron e del premier britannico Keir Starmer, e mette insieme 35 Paesi a sostegno dell’Ucraina, tantoché l’obiettivo fondativo è stato garantire la sicurezza a Kiev, per poi collaborare alla costruzione di una difesa comune ed occuparsi anche di altri fronti di crisi come sta avvenendo nei confronti della guerra in Medio Oriente.

“Riaprire Hormuz significa far fronte alle criticità e costruire un elemento essenziale per qualsiasi soluzione del conflitto mediorientale”, ha affermato la premier Giorgia Meloni al margine del vertice di Parigi, aggiungendo che l’Italia è disponibile, con il necessario sostegno del proprio Parlamento, a mettere in campo navi per la missione. “L’Italia farà la sua parte”, ha sottolineato Meloni ricordando anche la partecipazione del nostro Paese ad altre missioni come Aspides nel Mar Rosso.

Sarebbe pronta “una presenza navale internazionale a Hormuz quando vi sarà una cessazione delle ostilità, in coordinamento con tutti gli attori regionali e internazionali e con una postura esclusivamente difensiva”. L’obiettivo non è acuire le ostilità attorno allo Stretto bensì rendere più agile la circolazione delle navi mercantili sbloccando la navigazione e, eventualmente, contribuire a sminare le acque dopo il cessate il fuoco e in presenza di un accordo globale. A tale proposito il cancelliere Merz reputa “auspicabile una partecipazione degli Stati Uniti” alla missione in quanto “questa crisi non deve diventare una sorta di test di resistenza per le relazioni transatlantiche”. L’altra sponda dell’Atlantico respinge a sua volta l’iniziativa e l’apertura europea definendo l’Europa “una tigre di carta”, e sottolineando che gli alleati europei “sono stati inutili nel momento del bisogno”. Voler contribuire allo sblocco della navigazione all’interno di Hormuz sembra essere per gli Stati Uniti solo una questione di interessi da parte degli Europei: “Ho detto loro di stare fuori, a meno che non vogliono semplicemente riempire le loro navi di petrolio”, ha puntualizzato acremente il presidente statunitense.

In ogni modo, al di là dell’atmosfera belligerante, la coalizione dei Volenterosi mira a strutturare missioni difensive e pacifiche nel momento in cui venga restaurato lo stato di pace, oltre a contribuire al dialogo per il raggiungimento della pace stessa anche alla luce della crisi del multilateralismo e dei cambiamenti che investono istituzioni tradizionali come l’Onu e la Nato.

Risulta decisivo individuare geometrie diplomatiche innovative per poter fronteggiare vari scenari di guerra, dall’Ucraina al Medio Oriente che sono i fronti sotto i riflettori, senza trascurare scenari più nascosti e celati dal media stream ma che hanno comunque un peso per quanto concerne le risorse energetiche e i flussi migratori, come a proposito del suolo africano. Trattare con i vari leader per una pace possibile non è un mera operazione diplomatica, ma vuol dire far fronte a vari tipi di emergenze: umanitaria, migratoria, sanitaria, politica, economica ed energetica. In questo contesto si inserisce anche la situazione in Sudan, argomento di una recente conferenza indetta a Berlino alla quale ha partecipato anche il nostro ministro degli Esteri. “È una guerra civile che non possiamo dimenticare perché gli effetti sono catastrofici: milioni di profughi interni, 5 milioni soltanto nei Paesi vicini”, ha sottolineato il ministro Tajani aggiungendo che “la diplomazia italiana agirà per responsabilizzare innanzitutto gli Stati arabi che sostengono una delle due nazioni”. In definitiva “il sostegno militare a questi gruppi in guerra deve finire, bisogna portare i leader a trattare per una pace che è possibile”, chiosa il primo inquilino della Farnesina.

Nel panorama globale attuale la geopolitica governa comunque i mercati, come afferma Mario Draghi: “Le relazioni commerciali, prima governate da regole multilaterali condivise, oggi sono dominate essenzialmente da alleanze geopolitiche, di cui la potenza militare ed economica sono ormai strumenti espliciti”. In questo contesto assistiamo al costante declino della globalizzazione che, come afferma il professor Sabino Cassese in Come si misura una democrazia, “comportava un riconoscimento di eguaglianza tra gli Stati e li sottoponeva ad un potere regolatorio sovraordinato, globale”. Nello scenario globale attuale “gli Stati nazionali tornano in auge, e si accentuano le diseguaglianze tra quelli dotati dell’atomica e quelli che ne sono privi, tra quelli di maggiori dimensioni per potere economico e popolazione e quelli di più piccole dimensioni, tra quelli periferici e quelli centrali”. In definitiva “se dal bilateralismo nelle relazioni internazionali si era passati al multilateralismo, ora si ritorna al bilateralismo”, spiega Cassese, considerando anche il dialogo con altri big come la Cina. Dialoghi per l’appunto bilaterali che si dispiegano di volta in volta anche attraverso le visite ufficiali di premier e Capi di Stato nei diversi Paesi.

Un eventuale indebolimento, quasi fisiologico, della democrazia – una “crisi esterna-quantitativa” e una “crisi interna-qualitativa” – non deve essere comunque temuto, bensì occorre premere sulla “capacità di autocorreggersi” della democrazia grazie all’esistenza di specifici “anticorpi che le democrazie posseggono e di cui gli altri regimi non dispongono”, tra cui la pluralità di centri, ossia più organismi democratici al proprio interno, e una “pluralità di organismi superiori che agiscono da freni e da promotori”. Si tratta di forze che operano all’interno e dall’esterno e “riescono a riportare la democrazia sulla giusta strada”, la stessa strada sulla quale si muovono la diplomazia e il dialogo internazionale. “Questa forza moderatrice opera per le democrazie, non per i regimi autoritari”, sottolinea Cassese. Occorre inoltre aggiungere che nel Terzo millennio la democrazia, e lo stesso ideale democratico, ha bisogno di reinventarsi in forme nuove, aperte all’Europa, all’Occidente e ad altri fronti emergenti includendo l’idea di libertà al proprio interno come espressione effettiva delle minoranze, per non appiattirsi sul mito della maggioranza correndo il rischio della “dittatura della maggioranza”, ciò che rappresenta la deriva della democrazia e di una sua eventuale strumentalizzazione.

La qualità e la messa in pratica dell’ideale di uguaglianza dipendono dall’armonizzazione dei conflitti esistenti all’interno della politica e della società, e oggi distribuiti anche nei vari continenti in varie forme. “Non c’è uguaglianza, infatti, senza scontro con l’altro – affermava già Tocqueville ai suoi tempi – scontro iscritto nella logica stessa, che mi dà l’altro come indiscutibilmente identico, sempre, anche al di là di un’irrimediabile divergenza di posizioni, per nulla accidentale, bensì dipendente dall’ordine del mondo in cui dobbiamo coesistere”. Questa dialettica ha caratterizzato le società democratiche fino ad oggi ma, nel momento attuale, deve essere necessariamente ravvivata concependo un’organizzazione democratico-liberale che non sia meramente focalizzata sul principio di uguaglianza come fondamento di ogni libertà (artt. 2, 3 Cost.) ma nella quale il conflitto sia funzionale, più che all’uguaglianza in generale, al mantenimento e allo sviluppo della libertà di individui eguali e, nel contempo, differenti.

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