Prometeia, Rapporto di previsione 2026
Dal Rapporto di Previsione Prometeia di marzo 2026 emerge un quadro di forte incertezza: l’escalation in Iran e il blocco di Hormuz spingono il petrolio a 120 dollari, frenando la ripresa globale e mettendo a rischio la crescita italiana. Lo scenario economico mondiale è tornato a farsi cupo. Dopo un 2025 caratterizzato da timidi segnali di stabilizzazione, il nuovo Rapporto di Previsione Prometeia, presentato il 27 marzo, in un affollato webinar, cui abbiamo partecipato in presenza, lancia un monito severo verso l’escalation militare in Medio Oriente, che non è più solo una crisi regionale, ma un fattore di trasformazione strutturale dell’economia globale.
L’apertura del convegno, affidata a Lorenzo Forni (Segretario Generale di Prometeia), ha messo subito a fuoco il cuore del problema: l’attacco contro l’Iran e le pesanti tensioni nello Stretto di Hormuz. Trump si trova a gestire una spaccatura interna tra la base MAGA e i repubblicani moderati, con un costo politico che lo spinge a cercare una via d’uscita rapida dal conflitto. Ma l’Europa morderà il freno più degli Stati Uniti, ha avvertito Forni. Mentre gli USA godono di un rimbalzo post-shutdown, l’Area Euro vede il PIL tagliato brutalmente dall’1,2% allo 0,6%. Il prof. Forni ha sottolineato: “L’economia mondiale resta drammaticamente esposta ai rischi geopolitici, la dipendenza dalle rotte energetiche internazionali è un tallone d’Achille che la transizione green non ha ancora eliminato“.
Secondo i dati presentati, il blocco del transito marittimo, il traffico ad Hormuz è crollato da oltre 100 unità a poche unità giornaliere. ha causato un crollo dell’offerta globale di greggio stimato in circa 8 milioni di barili al giorno solo nel mese di marzo. La conseguenza immediata è stata l’impennata del Brent, che ha sfiorato i 120 dollari al barile, un livello che non si vedeva da anni e che rischia di vanificare gli sforzi delle banche centrali per il rientro dell’inflazione. Il rischio geopolitico attuale ha superato quello della crisi in Ucraina.
Il rapporto analizza nel dettaglio l’impatto sull’area euro. Il rapporto ha evidenziato come il rallentamento della domanda estera, causato dall’incertezza globale, stia colpendo duramente le economie orientate all’export come quella italiana. Sale la preoccupazione per il private credit, in Italia il settore bancario soffre più della media UE; una branca che in USA copre il 40% del debito corporate con tassi sopra il 5%, ma le società del settore hanno perso il 30-40% del valore quest’anno. Un faro è acceso anche sul settore dell’Intelligenza Artificiale, gli investimenti in infrastrutture AI toccheranno i 600 miliardi di dollari. Gli investitori iniziano a chiedersi se i ritorni giustificheranno valutazioni così estreme.
Guardando l’economia globale, è stato mostrato un approfondito focus sull’Oriente. Il Giappone, pur con un’inflazione sopra il 2%, vede i tassi salire per pressione dei mercati (+140 punti base). In Cina, il modello non cambia, poco spazio ai consumi delle famiglie, puntando molto su investimenti ed export. Tuttavia, i colli di bottiglia marittimi (Hormuz e Taiwan) minacciano di bloccare i server mondiali (il 35% arriva da Taiwan) e le materie prime mostrano evidenti criticità.
Per l’Italia, il quadro è reso più complesso da due fattori interni quali l’esaurimento della spinta data dal PNRR, con gran parte dei progetti strutturali che stanno entrando nella fase finale, riducendo l’effetto propulsivo sul PIL. Il rialzo dei costi energetici sta già facendo calare la fiducia dei consumatori e la loro propensione alla spesa, nonché, intaccando i margini delle imprese manifatturiere e il potere d’acquisto delle famiglie.
Un momento centrale del convegno è stato il confronto con il professor Tullio Jappelli (Università di Napoli Federico II) sul tema del risparmio delle famiglie italiane. Nella sua esposizione ha sottolineato come per decenni pilastro della resilienza nazionale, il risparmio sta oggi cambiando volto. Se negli anni ’70 il risparmio delle famiglie italiane era al 25%, oggi è crollato al 4%, allineandosi (o scendendo sotto) a USA e UK. I dati INPS mostrano una realtà drammatica: chi entra oggi nel mercato del lavoro lo fa con salari più bassi rispetto al passato e non recupera più, indirizzando a una crescita salariale quasi nulla. Gli italiani sperano ancora di andare in pensione a 66-67 anni con il 60% dell’ultimo stipendio. Jappelli è stato categorico: “Sono previsioni ottimistiche. Nel 2050 l’età sarà molto più alta e il tasso di sostituzione non sarà sostenibile.“. Ora si risparmia, più che altro, pensando alle possibili emergenze sanitarie e alla vecchiaia, mentre cala la quota pensata per figli ed eredità, la propensione al risparmio si indirizza su sentimenti di ‘paura’ e non di ‘investimento’. Jappelli ha osservato che, sebbene le consistenze restino elevate, la propensione al risparmio è frenata dall’inflazione da costi e dalla necessità di far fronte a un costo della vita sempre più alto: “Il tesoretto accumulato durante la pandemia si è progressivamente assottigliato, e oggi le famiglie sono più prudenti, preferendo la liquidità agli investimenti a lungo termine a causa dell’instabilità bellica“.
Il convegno si è chiuso con una nota di cautela. Le previsioni per la chiusura dell’anno dipenderanno interamente dalla durata del conflitto. Se lo shock energetico dovesse persistere oltre l’estate, il rischio di una stagnazione (o peggio, di una recessione tecnica per alcuni Paesi europei) diventerebbe concreto. Rispetto il prezzo del petrolio, le previsioni sono di estrema volatilità, con prezzi stabilmente sopra i 100$/bbl nel breve termine. È probabile una revisione al ribasso delle stime di crescita per il 2026; così come un possibile stop al percorso di riduzione dei tassi da parte della BCE per contrastare le nuove spinte inflattive. In un mondo che cambia rapidamente sotto la pressione dei conflitti, il Rapporto Prometeia di marzo 2026 conferma che la stabilità geopolitica è diventata, oggi più che mai, la variabile economica più importante di tutte.
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