Corner

Dal telaio allo smartphone: Marx oggi

Nei suoi pensieri, Karl Marx, a giustificazione della sua teoria, sosteneva che il lavoratore era diventato un accessorio della macchina. Non si trattava di un assoluto paradosso, bensì la constatazione di un’epoca in cui l’uomo stava accanto agli ingranaggi, li serviva, ripeteva gesti per ore e alla fine otteneva almeno un salario. La fabbrica lo assorbiva, lo sfruttava, ma non gli chiedeva di consegnarle la vita intera: l’essere umano terminato il turno, poteva uscire, chiudere la porta alle sue spalle e tornare alla sua identità.

Oggi questa separazione non esiste più e l’intuizione di Marx sembra quasi un avvertimento ignorato. Perché l’Homo Googlis, l’uomo cresciuto dentro lo smartphone, ha fatto un passo ulteriore: non è più l’accessorio di una macchina che lo sorveglia dall’esterno, ma di una macchina che si è fatta compagna fissa, che porta con sé volontariamente, ventiquattr’ore al giorno, e che per di più paga di tasca propria.

L’alienazione di cui parlava Marx era dura ma semplice: il lavoratore perdeva sé stesso nel gesto ripetitivo, nella mansione frammentata, nella catena di montaggio. Oggi, invece, l’alienazione è più sottile, più educata, persino più seducente: arriva con una notifica, un promemoria, un suggerimento “per te”, un algoritmo che decide cosa vale la tua attenzione. La fabbrica dell’Ottocento sfruttava le braccia; lo smartphone sfrutta tutto il resto: memoria, abitudini, tempo libero, emozioni, desideri, fragilità. E lo fa con la nostra piena collaborazione.

Il paradosso è quasi comico: l’operaio di Marx veniva pagato per usare la macchina; Homo Googlis paga per usarne una che, mentre la usa, lo usa a sua volta. Non gli chiede più forza lavoro, ma qualcosa di molto più prezioso: i suoi dati, la sua identità digitale, la mappa dei suoi comportamenti. E lui gliela consegna con un entusiasmo che Marx avrebbe faticato a spiegare. Dove il lavoratore ottocentesco aveva almeno il vantaggio di sapere quando era sfruttato, l’Homo Googlis maschera la propria dipendenza come libertà. Se dimentica il telefono, non ritrova sé stesso: si sente perso.

In questo nuovo mondo, la distinzione tra sfruttatore e sfruttato si è fatta ambigua. Le piattaforme non ti pagano, ti premiano; non ti assumono, ti valutano; non ti chiedono cosa pensi, lo deducono; non ti impongono un ritmo, lo creano. Marx parlava di classi.

Oggi le classi sono due: chi sa come usare il telefono e chi non ha capito che è il telefono a usare lui. E la maggioranza appartiene alla seconda categoria. L’operaio di Marx era schiavo della macchina, ma conservava una cosa che oggi abbiamo perso: il confine. L’Homo Googlis ha cancellato la separazione tra lavoro, tempo libero, identità e svago. Non timbra più un cartellino: timbra ogni volta che accende lo schermo. È il primo essere umano che consegna gratuitamente la propria personalità e spesso lo fa credendo che sia progresso.

Marx non avrebbe immaginato un mondo così, ma la sua diagnosi, capovolta, funziona ancora: nella fabbrica ottocentesca eri sfruttato ma almeno sapevi quando finiva il turno; nella fabbrica digitale il turno non finisce mai, perché la macchina che servi è esattamente quella che tieni in tasca. E, infine, è lui che produce il carburante per far funzionare il sistema: i suoi dati che consegna in cambio dell’essere utilizzato. Si chiude un cerchio?

©Futuro Europa® Riproduzione autorizzata citando la fonte. Eventuali immagini utilizzate sono tratte da Internet e valutate di pubblico dominio: per segnalarne l’eventuale uso improprio scrivere alla Redazione

Condividi
precedente

Cronache dai Palazzi

successivo

Italia delle Regioni

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *