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La rinascita del mito di Olimpia

Dopo anni di vero oscurantismo e di perdita della memoria, lo sport rinacque. Il 6 aprile 1896 ad Atene si aprirono i Giochi voluti da Pierre de Coubertin.

I primi Giochi Olimpici moderni non assomigliavano affatto al colosso globale che conosciamo oggi. Niente televisioni, niente sponsor miliardari, niente atleti professionisti: fu un evento quasi artigianale, costruito con entusiasmo, improvvisazione e molto denaro privato.

Le nazioni partecipanti furono 14, un numero che oggi sembrerebbe quello di un torneo scolastico, non di un evento planetario: Grecia, Germania, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Ungheria, Svizzera, Austria, Danimarca, Svezia, Bulgaria, Australia (rappresentata da un solo atleta), Cile (idem) e persino un atleta dell’Impero Ottomano. Niente delegazioni mastodontiche: poche decine di persone per Paese, spesso improvvisate.

Anche la definizione “atleta” va presa con le pinze. Il professionismo sportivo non esisteva: a quei Giochi partecipò chi aveva tempo, soldi e libertà di muoversi. Molti partecipanti erano membri delle ambasciate, dipendenti consolari, aristocratici in vacanza culturale, giovani borghesi colti e benestanti. Non i figli di operai o contadini: quelli nel 1896 non potevano certo mettersi in viaggio verso Atene per fare atletica. Qualche studente, qualche ufficiale di marina, qualche rampollo dell’alta società europea: questo era il profilo medio dell’olimpionico di allora.

Gli Stati Uniti mandarono solo 14 atleti, tutti ex universitari della Ivy League o persone che esercitavano sport per diletto. L’australiano Teddy Flack era a Londra per studiare e decise di partecipare; uno svizzero corse la maratona, ma era iscritto a medicina. Niente prove selettive nazionali, niente federazioni strutturate, niente criteri moderni. Era sufficiente presentarsi, iscriversi, e provare a vincere.

Le prime pagine dei giornali seguirono l’evento con discrezione. La copertura fu locale, europea, ma assolutamente non globale. I quotidiani americani dedicarono qualche colonna, gli europei cominciarono ad accorgersi del fenomeno solo dopo la gara di maratona, vinta dal greco Spyridōn Loúis, che fece esplodere il patriottismo locale. Non esistevano inviati speciali in senso moderno: il grosso delle informazioni circolava per telegramma e spesso arrivava con giorni di ritardo.

Il capitolo più interessante, però, riguarda i soldi. I Giochi non li pagò un governo, né un network televisivo (non esistevano), e nemmeno gli sponsor: non ce n’erano. L’Olimpiade fu finanziata quasi interamente da privati. Un ruolo fondamentale lo ebbe Giorgios Averoff, magnate greco, che sborsò l’equivalente di milioni di euro attuali per restaurare il Panathinaiko, lo stadio in marmo. Senza di lui i Giochi non si sarebbero svolti. Pierre de Coubertin non aveva fondi: aveva idee. Il denaro venne da aristocratici filantropi, comitati cittadini, piccoli donatori greci e perfino vendita di francobolli commemorativi.

La Grecia stessa non era in condizioni economiche splendide, ma scommise sulla rinascita dell’ideale olimpico: non per interesse mediatico, i giornali si contavano sulle dita, ma per orgoglio nazionale. Le prime edizioni dimostrarono che i Giochi erano più un gesto culturale che un fenomeno sportivo nel senso moderno del termine.

Se guardiamo le Olimpiadi di oggi che muovono capitali ciclopici, diritti TV planetari, sponsor miliardari e atleti-brand, quei Giochi del 1896 sembrano venire da un altro pianeta. E in effetti erano così: un’impresa improbabile, piena di imperfezioni, sostenuta da chi poteva permettersela e ignorata da chi non aveva nemmeno il tempo di sapere che esisteva.

Ma da quella piccola Atene del 1896, con i suoi aristocratici in maglietta di lana, i tempi cronometrati “a occhio” e le tribune riempite da patrioti più che sportivi, nacque l’idea moderna dello sport internazionale. Sarebbe sciocco e inutile giudicarli con gli occhi di oggi: fu una storia di entusiasmo, ceto sociale e improvvisazione. Eppure, senza quei dilettanti benestanti, non avremmo nulla di ciò che oggi discutiamo davanti a un televisore.

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