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Teheran, 30 marzo 1979

Il 30 e 31 marzo 1979 in Iran venne promosso un referendum sul cambiamento della forma di Stato: gli iraniani furono chiamati a rispondere alla domanda se volevano che il loro Paese diventasse una “Repubblica Islamica”. Secondo i risultati ufficiali, oltre il 98,2 % dei votanti diede il proprio “Sì”.

Il grande Ayatollah Ruhollah Khomeini, al culmine della sua ascesa politica dopo anni di esilio, presentò questa consultazione come una ratifica plebiscitaria della rivoluzione, della sua leadership e del progetto che stava mettendo in piedi. Ma se si guarda la vicenda più da vicino, emerge un’incongruenza: si votava – dichiaratamente – per la “Repubblica Islamica dell’Iran”, un sistema dove si affermava che il potere sarebbe esercitato «in base alla volontà generale espressa per mezzo di elezioni… o per mezzo di referendum» (art. 6 della Costituzione), ma il progetto politico sottostante era tutt’altro che tipico di una repubblica democratica nel senso occidentale del termine. La guardia suprema (“Leader”), il controllo religioso-ideologico, la struttura del potere con i guardiani della rivoluzione che superano spesso le istituzioni “ordinarie”, tutto ciò mostra che quel “repubblica” era piuttosto un nuovo regime all’apparenza rivoluzionario ma, più verosimilmente, golpista, con coesistenza di elementi di stato teocratico.

L’analisi del giornalista Federico Rampini aiuta a mettere in luce alcune chiavi interpretative. Rampini ha scritto che l’Iran ha attraversato «rovesciamenti di regime non sempre fallimentari», ma anche che le “nemesi storiche a scoppio ritardato” sono il suo marchio di fabbrica. In altre parole: la rivoluzione aveva un’energia, una spinta popolare reale; ma il sistema che ne derivò finì per gravare su quella stessa dinamica con meccanismi autoritari che contrastano con l’idea di repubblica pluralista. In una delle sue rubriche televisive/web, Rampini sottolinea come l’Iran eviti lo scontro frontale con l’Occidente solo perché il regime sa che ha più da perdere che da guadagnare nell’escalation; un segno che il modello di potere non è flessibile, non è davvero aperto.

L’idea di un referendum aperto, libero e competitivo appare in molti casi idealizzata. Fonti indipendenti segnalano che, nel referendum del 1979, le schede erano colorate (verde per “Sì”, rosso per “No”), mancavano cabine elettorali segrete e l’organizzazione era subordinata all’urgenza del risultato. Il fatto che praticamente nessun gruppo politico abbia gestito una campagna forte per il “No” indica anche che l’opposizione era marginalizzata o non aveva spazio reale di mobilitazione.

Tutto questo ci conduce a un punto cruciale: se chiedete a un popolo – in condizioni particolari – “vuoi un cambiamento rivoluzionario?”, probabilmente il “Sì” arriverà quasi plebiscitario. Ma chiedere “vuoi diventare una repubblica islamica che conserva istituzioni rivoluzionarie, autoritarie, dominate da clero e guardiani?”, è un’altra cosa. La formula “Repubblica” richiama un sistema in cui il potere è eletto, responsabile, controllato. Qui, invece, la sovranità finita nelle mani di un apparato che definisce norme, modifica la Costituzione, organizza la vita pubblica con logiche di controllo ideologico, multilivello.

Gli esiti sono ancora oggi visibili. Il sistema iraniano ha consolidato poteri forti, ritenuti non pienamente elettorali o responsabili; ha preso decisioni internazionali che mostrano una logica di regime più che di Stato rappresentativo. Sempre Rampini segnala che la leadership iraniana ha commesso “terribili errori di calcolo” – come la guerra con l’Iraq nel 1980-88 – che derivano da una struttura decisionale poco aperta al dissenso.

In sintesi: il referendum del 1979 fu certamente espressione di un consenso rivoluzionario reale, ma trasformato in un Sì al sistema più che a una forma istituzionale definita. Chiamarla “Repubblica” è quindi un atto paradossale, perché la parola evoca democrazia, pluralismo, controllo diffuso del potere; elementi che nel modello adottato sono largamente assenti o fortemente condizionati. La rivoluzione iraniana restò viva nella spinta popolare, ma il regime che ne seguì rimise in scena un’autorità molto più rigida e meno trasparente.

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