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San Severo, 23 marzo 1950

Ci sono date che la Storia mette da parte con una certa indifferenza, come fossero piccoli incidenti domestici capitati in una casa troppo grande per ricordarseli. Il 23 marzo 1950, a San Severo, è una di quelle. Una rivolta contadina, la chiamarono. Qualcuno più ardito parlò di “insurrezione proletaria”. In realtà fu più semplice e, forse, più tragico: la gente che non aveva più niente da perdere decise di farsi sentire. E lo fece nel modo più antico del mondo, scendendo per strada.

Nella Capitanata, allora, si viveva come nel secolo precedente: latifondi smisurati, braccianti pagati a giornata, fame travestita da normalità. Lo sciopero proclamato dai sindacati fu soltanto la miccia: il resto lo misero la miseria e l’esasperazione. Barricate improvvisate, strade bloccate, voci che chiedevano ciò che non si era mai visto: un salario dignitoso, un pezzo di terra, la semplice idea di un futuro.

Lo Stato rispose con il linguaggio che conosce meglio quando ha paura: polizia, blindati, qualche carro armato che faceva la sua figura sulle strade di polvere. Ci scappò un morto, Michele Di Nunzio, trentatré anni, padre di quattro figli, e decine di feriti. Poi vennero gli arresti: un centinaio e più, accusati nientemeno che di insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Un’accusa che, messa accanto ai fatti, aveva lo stesso peso di un cappotto di lana in agosto.

Il processo durò due anni e finì com’era logico finisse: assoluzioni per tutti. Le sentenze riconobbero che non c’era stato nessun tentativo di abbattere lo Stato, ma soltanto una protesta diventata troppo rumorosa per essere ignorata. Eppure, nonostante tutto questo, San Severo scivolò presto nell’armadio delle cose che non si ricordano. La stampa nazionale ne parlò poco, il necessario e nulla di più. L’Italia di allora aveva altri pensieri, altri fantasmi da sistemare. E forse, diciamolo, certe storie disturbano: non sono abbastanza gloriose per essere celebrate, né abbastanza comode per essere studiate. Sono soltanto vere.

Che ci fossero comunisti, socialisti, sindacalisti, è probabile. Che ci fosse un grande disegno politico, molto meno. La rivolta non aveva generali né strateghi: aveva fame, stanchezza e quella dignità testarda che la povera gente tira fuori quando qualcuno le dice che deve aspettare ancora. Era una folla senza ideologia e, proprio per questo, più sincera di molte bandiere.

Oggi dell’episodio resta poco: qualche fotografia, qualche ricordo tramandato, una canzone popolare che racconta quel giorno come si raccontano le disgrazie di famiglia, sussurrando. E resta una domanda, semplice come tutte quelle che fanno male: perché certe pagine vengono dimenticate? Forse perché non hanno vincitori da celebrare. Forse perché ci ricordano che la Storia, ogni tanto, la fanno gli ultimi. E questo, a molti, non piace.

San Severo fu un grido, un colpo di tosse dentro un’Italia che voleva rimettersi in ordine. Non cambiò il mondo, ma dice ancora qualcosa, per chi ha voglia di ascoltare: che la giustizia non si costruisce da sola, e che le storie minori, quelle che nessuno studia, a volte spiegano un Paese meglio dei suoi capitoli ufficiali.

I leader politici dell’epoca erano quelli che decidevano il destino del Paese da Roma: al governo c’era Alcide De Gasperi, con Mario Scelba all’Interno, e dall’altra parte dell’emiciclo le opposizioni socialcomuniste guidate da Togliatti e Nenni. Eppure, scorrendo le tracce rimaste, non si trova una sola parola netta, un gesto pubblico, un’assunzione di responsabilità o anche solo una difesa chiara dei contadini di San Severo.

Né dai partiti di governo, né dal PCI che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto sentirsi chiamato in causa. Forse perché quella rivolta non era un capitolo della loro agenda politica, ma qualcosa di più scomodo: un moto spontaneo, genuino, che sfuggiva ai copioni ideologici. Ed è proprio questa assenza a dirci molto: San Severo non fu una sommossa manovrata, ma un’esplosione sincera. E come spesso accade alle cose sincere, non trovò nessuno disposto a prendersene il merito.

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