Cronache dai Palazzi
Sono “giorni difficili” ma “non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra”. La premier Giorgia Meloni puntualizza la posizione del nostro Paese rispetto alla crisi iraniana dopo aver riferito al Quirinale e la prossima settimana sarà in Parlamento. Referendum sulla Giustizia e riforma del sistema elettorale per il momento passano in secondo piano.
Il conflitto si allarga e minaccia l’Europa, lo scenario si complica e Washington potrebbe chiedere a Roma l’uso delle basi italiane anche se il ministro degli Esteri Antonio Tajani puntualizza che “nessuno ha chiesto le basi neanche per uso logistico” e che la guerra continuerà per almeno altre sei o sette settimane. Tajani infine precisa che “per quanto riguarda qualsiasi altro tipo di uso è ovvio che deve esserci un passaggio parlamentare”.
L’escalation “può avere conseguenze totalmente imprevedibili” e sull’uso delle basi italiane – due aeroporti militari, due porti e due basi logistiche – “decideremo in Parlamento”, ha affermato anche Giorgia Meloni sottolineando che comunque ci sono degli accordi bilaterali da rispettare, trattati bilaterali stipulati fra Italia e Usa nel 1951 e nel 1954 e successivamente rinnovati nel 1995 in base allo “Shell agreement”. Come ha chiarito il ministro della Difesa Guido Crosetto l’Italia metterà a disposizione sistemi antimissile e disturbatori di droni.
Per i rischi legati al terrorismo, inoltre, “Guardia altissima”. Di certo la situazione in Medio Oriente “preoccupa su diversi fronti”, e “in generale sono preoccupata da una crisi sempre più evidente del diritto internazionale, degli organismi multilaterali, che sta generando un mondo sempre più governato dal caos”, sottolinea la premier intervistata da Rtl 102.5. La risoluzione votata alla Camera impegna il governo “a sostenere, se richiesto, gli Stati Ue nella difesa del proprio territorio da attacchi missilistici o via droni da parte iraniana”, tutto nel “rispetto degli accordi internazionali vigenti” e con il “dispiegamento di sistemi di difesa aerea e antimissilistica a protezione dei cittadini italiani”. In definitiva la mozione di fiducia sulle comunicazioni del governo sulla situazione in Iran e nel Golfo ha ottenuto179 voti favorevoli, 100 contrari e 14 astenuti. Per quanto riguarda le opposizioni la mozione è stata firmata da Pd, M5S e Avs mentre Italia viva ne fa un’altra e si astiene a Palazzo Madama, come Azione.
Nel frattempo, viene potenziata la protezione aerea e antimissile nazionale, soprattutto al Sud, coordinandosi con gli alleati Nato. Previsto il raddoppio degli equipaggi dei caccia per gli scramble, l’intercettazione di velivoli e droni sospetti sul nostro spazio aereo. Attualmente il nostro Paese disporrebbe da tre a cinque dei sistemi antimissile Samp-T per la difesa del territorio nazionale in attesa dell’aggiornamento Ng (New generation), uno dei quali inviato anche in Ucraina per cui si prevede un incremento di tali risorse. Il Samp-T richiederebbe anche personale specializzato che va appositamente formato. La gran parte delle decisioni sono comunque rinviate al Parlamento e già dall’11 marzo, data in cui la premier si presenterà in Aula per illustrare un piano possibile da condividere per affrontare la situazione bellica in corso, oltre a delineare i nuovi sviluppi per il prossimo Consiglio europeo del 19 e del 20 marzo. Fanno parte della dotazione italiana anche sistemi anti drone C-Uas (Counter-Unmanned aircraft systems), varie apparecchiature radar e satellitari, il cannone Skynex in dotazione ai reparti italiani e il lanciamissili Grifo avente comunque un raggio d’azione più ristretto rispetto al raggio di azione di 100 chilometri di un sistema missilistico Samp-T. Ai partner arabi potrebbero inoltre essere forniti ampi servizi di logistica e rifornimento come i tanker o i velivoli da trasporto. Sul piano pratico è stato già attuato lo spostamento di oltre 200 risorse dell’Aeronautica dalla base kuwaitiana di Ali Al Salem verso l’Arabia Saudita e allo stesso modo, anche se con numeri inferiori, dal Qatar e dal Bahrein.
“Non è il momento delle contrapposizioni, ma del coordinamento e del confronto”, un concetto ribadito da Palazzo Chigi in dialogo con Francia, Regno Unito e Germania. Un dialogo necessario anche sul caro energia e sulle misure da portare al prossimo Consiglio europeo – una proposta di piano energetico per affrontare la crisi delle risorse in questo settore – oltre che sulle armi difensive richieste dai Paesi del Golfo, ed ancora la difesa di Cipro e la protezione dello stretto di Hormuz, cuore della crisi economica, rafforzando eventualmente l’operazione Aspides nel Mar Rosso. La Lloyd’s Market Association di Londra stima che circa mille navi – per un valore superiore ai 25 miliardi di dollari molte delle quali cariche di petrolio e gas – siano bloccate nell’area. Nell’area del Golfo risiede in definitiva il 20 per cento del petrolio globale e se la guerra dovesse continuare in poche settimane il prezzo del greggio potrebbe raggiungere i 150 dollari al barile, innescando una crisi energetica ed economica di un certo peso.
In questo contesto, al centro del dibattito europeo vi è la possibilità di creare un fondo comune europeo per far fronte a un’impennata del costo del petrolio sospendendo eventualmente il meccanismo degli Ets nella determinazione del prezzo dell’energia, per fronteggiare tale fase di “emergenza”. Gli approvvigionamenti sarebbero comunque coperti almeno fino ad aprile.
“Questa è una guerra che interessa un’intera regione e non più due Paesi”, sottolinea Palazzo Chigi che nel contempo mira a prevenire eventuali effetti sulle bollette. “Dobbiamo impedire che la speculazione faccia esplodere anche ingiustamente i prezzi dell’energia e dei generi alimentari”, ha affermato la premier Giorgia Meloni di fronte ai microfoni di Rtl 102.5, aggiungendo di essere “pronta ad aumentare le tasse ad aziende che dovessero speculare sulle bollette”, per poter dedicare le risorse al taglio dei costi per famiglie e imprese.
All’interno dell’opinione pubblica convince molto poco la narrazione che l’attacco sia mirato a difendere la popolazione civile iraniana e a promuovere la democrazia. Secondo il sondaggio Ipsos Doxa solo un italiano su quattro ritiene l’attacco legittimo dal punto di vista del diritto internazionale. Il 34 per cento auspica una mediazione per la descalation e il 24 per cento è favorevole ad un’azione in ambito Onu. Il 65 per cento degli italiani giudica negativamente la condotta di Trump anche tra gli elettori del centrodestra. L’apertura di un nuovo fronte di guerra, mentre continua la guerra in Ucraina, è considerata una scelta non responsabile per l’ulteriore instabilità politica ed economica che genera. Solo il 2 per cento della popolazione italiana, infine, approva il coinvolgimento militare diretto del nostro Paese e anche il basico sostegno diplomatico a Stati Uniti e Israele convince una piccola minoranza pari al 13 per cento. L’Italia dovrebbe quindi rimanere neutrale e agire in direzione di una descalation per circa un terzo della popolazione mentre per un quarto le istituzioni internazionali dovrebbero impegnarsi per far cessare il conflitto nel lasso di tempo più breve. A proposito di dialogo e di diplomazia la Farnesina rende noto che, anche in seguito alla chiusura dell’ambasciata italiana a Teheran, il nostro Paese non ha interrotto “le relazioni diplomatiche con l’Iran perché in questo momento crediamo che si debba continuare a parlare. L’obiettivo è quello di raggiungere il prima possibile la fine delle ostilità”, ha affermato il ministro degli Esteri Tajani.
In Europa le parti in causa hanno posizioni e idee diverse ma emerge sempre più chiaramente la necessità di una difesa comune. Per dirla con le parole di Macron “per essere liberi bisogna essere temuti e per essere temuti bisogna essere liberi”. L’Ue è chiamata a rendere concreto uno “sforzo comune” in qualsiasi modo, come nel caso della difesa di Cipro. I principali Stati europei stanno comunque facendo quadrato fuori dal perimetro Nato. Starmer, Macron, Merz e Meloni, il nuovo format E4 come è stato nominato, ha concordato che “nelle prossime ore e nei prossimi giorni saranno essenziali un’intensa attività diplomatica e uno stretto coordinamento militare”. I quattro leader hanno inoltre “condannato i vergognosi attacchi iraniani” ma il fulcro del confronto è “la necessità di uno stretto coordinamento sulla situazione nello Stretto di Hormuz”, da cui dipende il commercio mondiale. Nel frattempo, l’Unione europea – nello specifico il presidente del Consiglio europeo António Costa e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen – ha invitato i leader della Lega Araba a partecipare ad una videoconferenza che si terrà lunedì 9 marzo per valutare lo stato dei fatti e “le modalità per porre fine all’attuale conflitto”. I Paesi del Medio Oriente chiedono comunque all’Europa di rimanere neutrale per non trasformarsi in un obiettivo. Di fatto la guerra preoccupa l’Europa per il pesante impatto sui prezzi dell’energia che hanno già registrato una impennata consistente – seppur lontana dalla crisi del 2021-22 innescata dalla Russia – e per eventuali ripercussioni terroristiche per cui i ministeri dell’Interno dei Ventisette acuiscono i loro strumenti di monitoraggio pur non registrando nell’immediato alcuno stato di allerta. Diplomazia e dialogo tra le parti, e il fatto che ognuno faccia la propria parte con responsabilità e determinazione, sono i principi a cui attenersi per fronteggiare anche questo ennesimo fronte di crisi in Medio Oriente.
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