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L’uomo che voleva vivere senza cellulare

Giuseppe Rossi aveva un sogno minuscolo, quasi sentimentale: vivere senza cellulare. Non fare il monaco tibetano, completamente sconnesso e da solo, non scalare montagne, non cambiare vita. Solo tornare a un tempo in cui si usciva di casa senza una protesi elettronica nella tasca. Gli piaceva immaginarsi così: cappotto, chiavi, portafoglio, e la libertà di camminare senza notifiche che bussano come vicini impiccioni.

Un martedì mattina, deciso più del solito, uscì con l’aria dell’uomo che ha finalmente capito ciò che conta. Fece dieci metri, poi si ricordò che doveva prenotare la visita dal fisiatra. “Pazienza”, pensò, “andrò direttamente in ambulatorio”. L’ambulatorio, però, lo accolse con un cartello: Si riceve solo su appuntamento online. Sospirò, ma proseguì con calma, come fanno quelli che non vogliono riconoscere subito la sconfitta, e si disse che poteva pensarci nel pomeriggio.

Tornato a casa, provò a rinnovare la patente. Il sito della Motorizzazione gli chiese SPID. Lo SPID gli chiese un telefono. Il telefono gli chiese un codice via SMS. E l’SMS gli ricordò, con un certo sarcasmo informatico, che lui non possedeva più un telefono. Giuseppe iniziò a sospettare che la modernità facesse la preziosa apposta.

Provò allora con l’Agenzia delle Entrate, perché almeno le tasse, si sa, sono un rapporto solido, quasi affettuoso. Ma l’unico modo per parlare con qualcuno era prenotare un incontro tramite app. E se anche solo gli balenava l’idea di fare tutto “alla vecchia maniera”, si trovava davanti schermate che sembravano dirgli: Non essere ridicolo. Ma rifiutò di fare domande nella chatbox.

Giuseppe non si arrese. Andò alla ASL a chiedere informazioni. Trovò lo sportello chiuso. “Per qualsiasi esigenza accedere al portale”, diceva un foglio scotchato al vetro, con il tono di chi pretende obbedienza e non ammette dialogo. Chiese alla farmacia di stampare una ricetta. “Serve il codice ricevuto via SMS”, rispose il farmacista, con quella gentilezza di chi non vuole ferire ma sa che lo farà. Giuseppe annuì, come si annuisce a una prognosi inevitabile.

La verità era semplice e devastante: non era lui che viveva senza cellulare, era la società che viveva senza di lui. Qualunque strada imboccasse, finiva sempre davanti alla stessa porta, e quella porta si apriva solo a chi portava con sé un piccolo rettangolo luminoso. Non si trattava più di comodità, ma di esistenza amministrativa. Senza telefono, Giuseppe era un cittadino in pausa, un’anomalia statistica, un nostalgico fuori luogo come quelli che pagano ancora il bollo in posta e mantengono un’agenda cartacea per principio morale.

Pensò ai discorsi dei suoi amici, quelli che parlavano romanticamente di “digital detox”, di giornate senza schermo, di riconnettersi con la natura. Tutto molto poetico, tutto molto zen, ma rigorosamente postato su Instagram. Pensò ai guru motivazionali che invitavano a non dipendere dallo smartphone ma poi vendevano corsi tramite link in bio. Pensò, soprattutto, che il problema non era la dipendenza: era l’obbligatorietà mascherata da scelta.

Giuseppe Rossi, uomo pacifico, non pretendeva rivoluzioni. Gli sarebbe bastata una visita medica prenotabile con una telefonata o un rinnovo patente fatto seduto davanti a un impiegato in carne e ossa. Invece si ritrovava prigioniero in una burocrazia che non accettava la sua rinuncia al digitale, come se avesse bestemmiato pubblicamente contro il dogma laico dell’autenticazione a due fattori.

Alla fine, dopo un pomeriggio passato a litigare con password, codici e portali che gli chiedevano di confermare la sua identità che però non riusciva a confermare perché non aveva il telefono per farlo, Giuseppe cedette. Andò in negozio. Scelse il modello più semplice, quello che non voleva nessuno. Lo teneva in mano come si tiene una cavigliera elettronica. Il commesso gli spiegò che avrebbe dovuto scaricare le app essenziali. “Quali?”, chiese. “Tutte”, rispose il ragazzo, con l’innocenza di chi non ricordava un mondo diverso.

Quando tornò a casa, Giuseppe Rossi capì di non aver comprato un telefono. Aveva acquistato il permesso di esistere. E si accorse che l’ultima vera scelta che aveva fatto, molti anni prima, era stata quella di aver creduto che un giorno avrebbe potuto farne a meno.

L’Homo Googlis nasce così: non da una passione per il digitale, ma da una resa. Un adattamento obbligato. Quelli che dicono “io vivrei senza cellulare” sono come quelli che dicono “potrei vivere senza acqua corrente”: tecnicamente sì, praticamente no.

E Giuseppe, l’uomo che voleva liberarsi di un telefono, tornò a essere un cittadino. Ma quando posò il cellulare nuovo sul tavolo, gli sembrò di sentire un clic. Come una serratura che si chiude. Non un allarme. Molto peggio: un assenso.

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