Europa

Italia osservatore al Board of Peace

Il 17 febbraio scorso, la Camera dei Deputati ha approvato (con 183 voti favorevoli) la risoluzione che ha formalizzato lo status dell’Italia. Ma perché solo come osservatore? La risposta risiede nell’Articolo 11 della Costituzione. Il governo Meloni, su forte spinta del Ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha riconosciuto che l’adesione formale come “membro pieno” sarebbe stata giuridicamente problematica. Lo statuto del BoP, che prevede una leadership a vita e una disparità gerarchica tra i membri, cozza con il principio di “condizioni di parità con gli altri Stati” richiesto dalla nostra Carta per le limitazioni di sovranità. Antonio Tajani (Washington, 19 febbraio): “Essere presenti come osservatori ci permette di non restare esclusi dai tavoli dove si decide il futuro del Mediterraneo, pur mantenendo intatta la nostra coerenza costituzionale“.

L’ingresso dell’Italia come osservatore nel Board of Peace rappresenta un nuovo tassello della strategia italiana di rafforzamento del multilateralismo e della diplomazia preventiva. Pur non ricoprendo un ruolo decisionale diretto, la presenza italiana in questo organismo assume un valore politico e simbolico significativo, confermando l’attenzione del Paese verso le politiche di costruzione e mantenimento della pace, ma con numerose criticità, forse sopravvalutate dal governo in perenne ricerca di attenzione dal tycoon che siede alla Casa Bianca.

Il Board of Peace si presenta come un’iniziativa ibrida nel panorama della diplomazia multilaterale. Nato per volontà di Donald Trump, il BoP mira a creare un foro alternativo ai tradizionali consessi come l’ONU, spesso paralizzati dai veti incrociati. L’obiettivo dichiarato è affrontare le crisi con un approccio più snello e orientato al risultato, partendo dal presupposto che i vecchi meccanismi non siano più sufficienti. Il Board of Peace non è un’organizzazione internazionale, non ha nessuno dei requisiti richiesti, si presenta piuttosto come un club a invito, ove Donald Trump detiene la presidenza permanente con poteri di veto. Si intende istituire una “International Stabilisation Force” (circa 30.000 unità tra militari e polizia); e gli affari, che sono il vero scopo finale dell’operazione, prevedono la ricostruzione dell’area attraverso un piano di investimenti da miliardi di dollari, gestito da un Consiglio Esecutivo dedicato.

Per rinforzare il carattere da club privato e affaristico, per entrarvi è richiesto un contributo di 1 miliardo di dollari volto a ottenere un seggio permanente. Il rifiuto canadese di “pagare per la pace” ha accelerato l’espulsione, annunciata il 22 gennaio scorso, con un post su Truth Social, dall’umorale presidente degli Stati Uniti, su cui ha sicuramente influito la dichiarazione fatta a Davos da Carney, che aveva criticato apertamente l’uso di dazi e sanzioni come “strumenti di coercizione”, definendo il BoP una minaccia all’ordine basato sulle regole. La risposta di Trump è stata brutale: “Il Canada vive grazie agli Stati Uniti. Mark dovrebbe essere più grato”.

Il paradosso più stridente del Board of Peace risiede nella lista degli invitati: mentre siedono al tavolo potenze regionali e finanziatori globali, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è stata deliberatamente esclusa. Questa scelta viola apertamente i principi cardine della Carta delle Nazioni Unite e della prassi diplomatica consolidata, secondo cui non si possono decidere i destini di un popolo o di un territorio senza il coinvolgimento del “diretto interessato”. Il diritto internazionale prevede che ogni processo di risoluzione dei conflitti debba essere inclusivo; il BoP, invece, opera secondo una logica di “imposizione dall’alto”. Il BoP non cerca un accordo tra le parti (negoziazione), ma gestisce un territorio come se fosse un asset economico o un protettorato, ignorando il principio di autodeterminazione dei popoli. Per l’Italia, che storicamente sostiene la soluzione dei “due popoli, due stati” e riconosce il ruolo dell’ANP, partecipare come osservatore a un tavolo dove i palestinesi non sono ammessi crea un profondo disagio diplomatico. Roma si trova a osservare un processo che, per sua natura, nega le basi della diplomazia italiana degli ultimi decenni. Francia e Germania hanno adottato una linea di principio intransigente. Per l’Eliseo, il BoP non è solo un club privato, ma un “attacco frontale all’architettura dell’ordine mondiale”. Berlino accusa l’Italia di aver ceduto alla “diplomazia transazionale” di Trump, scambiando il sostegno alla soluzione “Due popoli, due Stati” con la promessa di commesse industriali.

L’ONU ha chiarito che la sua collaborazione con il Board sarà “limitata e circoscritta”, rifiutandosi di legittimare una struttura che ha di fatto esautorato il Consiglio di Sicurezza, il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, non ha usato mezzi termini. In una conferenza stampa carica di tensione, ha descritto il Board come l’emblema di un mondo dove “la legge del potere sta prevalendo sul potere della legge”: “Le istituzioni multilaterali sono sotto assalto. Non esiste una pace duratura se viene ‘appaltata’ a un unico potere che decide chi può sedersi al tavolo e chi no, calpestando il diritto internazionale e ignorando i diretti interessati.” (29 gennaio 2026).

Dal punto di vista politico, la presenza italiana contribuisce a rafforzare la visibilità internazionale del Paese come attore credibile nei processi di pace. Pur non votando sulle decisioni finali, l’Italia può influenzare indirettamente l’agenda del Board attraverso interventi, proposte e partnership tematiche, soprattutto su questioni legate alla stabilizzazione post-conflitto, alla tutela delle popolazioni civili e al nesso tra sicurezza e sviluppo sostenibile. Il BoP ha contribuito a dividere ulteriormente il già frammentato panorama dell’Unione Europea, Bulgaria e Ungheria hanno aderito pienamente, giganti come Francia e Germania hanno declinato l’invito, guardando con sospetto a quello che viene definito un “organismo privato di diplomazia”. La Commissione europea, non si è impegnata con la presenza della PESC Kaja Kallas – ma presente con la commissaria Dubravka Šuica – ha adottato una posizione simile, partecipando alle discussioni su Gaza senza diventare membro effettivo. Anche qui appare perlomeno ‘particolare’, che la rappresentante dell’UE, pur se solo come osservatore, si sieda a fianco della Bielorussia che è sotto sanzioni da parte della stessa Unione Europea.

Se passasse il modello del Board of Peace, si sancirebbe un precedente in cui un gruppo di nazioni (il “Club”) può decidere la riorganizzazione politica e territoriale di un’area geografica escludendo le istituzioni locali legittimate dall’ONU. È la fine della diplomazia paritaria e l’inizio della “diplomazia transazionale” tipica della visione di Trump.

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