Italia delle Regioni
Il rafforzamento della rete dei Centri per la famiglia è il principale tema sul tavolo dell’incontro tenuto il 25 febbraio scorso nella sede della Conferenza delle Regioni, tra la Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Eugenia Roccella e gli Assessori regionali competenti.
Il progetto, che potenzia i servizi e intercetta i nuovi bisogni delle coppie e delle famiglie, prevede infatti un attivo coinvolgimento del livello regionale. Ad agosto, l’ultimo avviso rivolto alle Regioni ha erogato un finanziamento complessivo pari a 55 milioni di euro destinati alla nascita di nuovi Centri e al potenziamento di quelli esistenti, alla loro diffusione omogenea sui territori, all’articolazione in rete e alla strutturazione delle relative funzioni. Accompagnamento, empowerment (inteso come processo di crescita e potenziamento basato sull’incremento dell’autostima, dell’autoefficacia e dell’autodeterminazione) sostegno sono le parole d’ordine su cui, ha spiegato la Ministra Roccella, vanno orientate le azioni dei Centri per la famiglia.
La ministra Roccella: “In passato non c’è mai stata una vera politica familiare in questo Paese; ora che le famiglie sono entrate in sofferenza e di fronte alla crisi demografica, c’è bisogno di un sostegno che non sia soltanto economico, su cui pure siamo impegnati in ogni Legge di Bilancio. Dobbiamo ridefinire le aree di competenze tra sociale e familiare, integrandole ma riconoscendone la specificità. C’è bisogno di remare insieme ed è fondamentale per noi lavorare insieme alle Regioni su programmi concreti, con servizi dedicati”.
Per le Regioni, l’iniziativa dei Centri per la Famiglia risponde a un fabbisogno di servizi che riguarda tutte le famiglie, anche quelle apparentemente meno vulnerabili. Nel ringraziare la Ministra per l’impegno profuso su questo tema, così come sul fronte delle pari opportunità e del contrasto alla violenza sulle donne, le Regioni hanno chiesto di riprendere al più presto l’interlocuzione sulla questione dei Centri antiviolenza e delle Case rifugio.
La riunione si è chiusa con il reciproco impegno a ridiscutere l’intesa del 14 settembre 2022 che ha modificato criteri e requisiti per i Centri antiviolenza e le Case rifugio, in modo da giungere a una condivisione finale del testo che renda davvero effettiva la tutela delle donne che chiedono aiuto. Come è stato sottolineato da entrambe le parti, l’obiettivo è scongiurare qualsiasi rischio di chiusura dei centri, e anzi moltiplicarli, mantenendo elevati standard di competenza e qualità e rafforzando la rete di supporto a favore delle vittime.
Per l’associazione dei Comuni Italiani la scuola rappresenta il “Presidio di una comunità per cura dei beni comuni”. La delegata Anci Elena Carnevali è intervenuta al convegno “Scuole aperte” che si è svolto a Roma. Nel corso dell’incontro, patrocinato dall’Anci, è stato presentato un vademecum sulle ‘Scuole Aperte’ che dà voce ai protagonisti, illustra gli iter e i passi amministrativi, il raccordo con le scuole e l’importanza di renderle un punto di riferimento per le loro comunità. Hanno partecipato anche gli assessori dei Comuni promotori: Bergamo, Roma, Bologna e Milano.
“La scuola è presidio di comunità, inclusione e relazione con il territorio. È un bene comune che supporta e aiuta il territorio, accompagnando i ragazzi e le ragazze nella scelta del loro futuro”. Lo ha sottolineato la delegata Anci all’Istruzione e sindaca di Bergamo, Elena Carnevali, in un videomessaggio trasmesso durante il convegno “Scuole aperte” che si è svolto a Roma, con l’intervento introduttivo del sindaco di Roma Capitale, Roberto Gualtieri.
“Siamo in una fase importante – ha proseguito la delegata Anci – in cui i Comuni e le scuole devono collaborare per ricomporre il senso di un sistema educativo complesso e fragile perché è anche nelle nostre scuole che si gioca il futuro della comunità. I Comuni sono snodi centrali che tengono assieme alleanze territoriali e in cui le scuole sono spazi di costruzione di fiducia, non solo di educazione. Il convegno di oggi – ha aggiunto – offre un importante spazio di confronto che spinge a riflettere sul fatto che bisogna cambiare paradigma, fondandolo su un sistema educativo pubblico in grado di tenere assieme i diversi soggetti del territorio in una logica di collaborazione e condivisione”.
Il dibattito è proseguito con una tavola rotonda che ha visto protagonisti i quattro Comuni promotori di “Scuole aperte” Roma, Bergamo, Bologna e Milano. Un confronto sulle scelte, le sfide e le soluzioni che hanno reso possibile l’apertura delle scuole oltre l’orario culturale come luoghi di educazione, cultura, incontro aperti al territorio.
Marzia Marchesi, assessora ai Servizi per l’infanzia, Educativi e Scolastici, Politiche giovanili del Comune di Bergamo ha parlato del percorso della sua amministrazione verso le “Scuole aperte” come di una scelta strategica partita dal principio costituzionale che la “scuola è aperta a tutti” cambiando il punto di vista: la scuola come fulcro dello sviluppo di un territorio. La scuola, dunque, come presidio sociale e culturale per contrastare la povertà educativa e la dispersione scolastica, favorendo l’inclusione sociale.
Sulla stessa linea l’esperienza di Bologna raccontata da Daniele Ara, assessore alla Scuola, Nuove architetture per l’apprendimento, Adolescenti che ha puntato l’attenzione sulla necessità di rendere strutturale l’esperienza delle scuole aperte investendo sul prestigio dell’insegnamento, sull’inclusione sociale per contrastare la vera emergenza quella della povertà educativa dei ragazzi e delle ragazze. Un’esperienza, quella di Bologna, partita nel periodo estivo attraverso patti educativi di comunità e che punta a diventare un progetto strutturato nelle politiche del territorio.
Puntare sulla “sorellanza tra le città” è il punto da cui partire secondo Anna Scavuzzo, vicesindaco e assessora all’Istruzione del Comune di Milano che ha ricordato come il tema delle scuole aperte non può restare confinato a singole esperienze virtuose, ponendo l’attenzione anche sull’edilizia scolastica che rappresenta un passaggio fondamentale per sostenere un modello delle scuole aperte.
A raccontare l’esperienza di Roma Capitale è stata Claudia Pratelli, assessora alla Scuola, Formazione e Lavoro. L’esperienza di Roma Capitale nasce dall’ascolto delle associazioni dei genitori e dal confronto con le comunità educanti del territorio.
Esperienza da cui è nato il Patto educativo di comunità, trasformando un’esigenza diffusa in una strategia amministrativa. In quattro anni il progetto ha raggiunto un risultato importante: 163 istituti aderenti, pari a una scuola su due nella città. L’idea è quella di una scuola che esonda e sconfina nel tempo e nello spazio, che contamina il mondo esterno e allo stesso tempo si lascia contaminare.
Una scuola che supera i propri confini fisici e simbolici per diventare infrastruttura sociale del quartiere. L’obiettivo è promuovere il protagonismo delle comunità locali contrastando solitudine e povertà educativa attraverso relazioni, partecipazione e corresponsabilità.
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