Corner

Gli attimi che non torneranno mai più

Il 2 marzo 1962 Wilt Chamberlain fece qualcosa che non appartiene allo sport, ma alla mitologia. Cento punti in una sola partita di NBA. Non cento in una serie, non cento in un mese di grazia, ma in una sera di marzo, contro i New York Knicks. Di quella partita non esiste neppure il filmato completo. Come certi eventi irripetibili, sembra quasi che il destino abbia voluto lasciarne solo un’eco, un numero, una foto con un foglio scritto a penna: “100”.

Non si ripeterà più. E non per mancanza di talento: perché Chamberlain era più vicino a un fenomeno naturale che a un essere umano. Era un uragano di due metri e tredici che segnava come se fosse l’atto più semplice del mondo. Quel giorno, lo sport smise di essere sport e diventò una fiaba. Ma gli attimi irripetibili sono il tessuto segreto della storia atletica. Pochi, preziosi, non replicabili.

Jesse Owens che nel 1936 vola e atterra quattro volte davanti a un regime che voleva dimostrare l’esatto contrario di ciò che accadde. Non fu solo un atleta: fu una confutazione vivente, elegante e silenziosa, del pregiudizio. Quel giorno lo stadio vide più di salti e velocità: vide la dignità che sconfigge la propaganda.

Mohamed Alì che nel 1974, a Kinshasa, danza intorno a George Foreman come se il ring fosse un palcoscenico, non un’imboscata. Rope-a-dope: fargli credere di essere stanco, aspettare che il gigante rallentasse, e poi colpire. Non era solo boxe. Era strategia, teatro, filosofia, provocazione, poesia, tutto dentro un paio di guantoni. Alì non combatteva: dimostrava.

Bob Beamon che nel 1968 salta così lontano da costringere i giudici a cercare un metro più lungo. Ventinove piedi e due pollici. Record che sopravvisse ventitré anni, ma avrebbe potuto sopravviverne cinquanta per quanto era assurdo. Quel giorno la fisica sembra aver chiesto scusa e ceduto il passo all’immaginazione.

Nadia Comăneci nel 1976 ottiene il primo “10” della storia della ginnastica. Talmente perfetto che il tabellone elettronico non sapeva visualizzarlo: si fermava a 9.99. È ironico pensare che, per dire “perfezione”, servirono due cifre e un errore tecnico.

Poi ci sono gli irripetibili moderni. Usain Bolt, che corre sorridendo mentre gli altri corrono morendo. Michael Phelps, che trasforma l’acqua in una sostanza diversa, più morbida, più docile. Federer che fa sembrare semplice ciò che semplice non è mai stato. Tiger Woods che ridisegna un intero sport con la distanza di un drive. Sono momenti unici. Richiedevano non solo talento, ma cultura del sacrificio, disciplina che oggi chiameremmo fanatismo, studio dei dettagli, capacità di fallire e ricominciare mille volte. Altro che “essere campioni”: questi facevano gli esami di maturità ogni giorno. E non bastava la sufficienza: pretendevano la lode, anche quando nessuno la chiedeva.

Ed è qui che nasce il paradosso. Viviamo in un’epoca in cui tanti si accontentano del sei stiracchiato. Nello sport come nella vita. Bastano due commenti, qualche scorciatoia, un video motivazionale riciclato per sentirsi arrivati.

Ma i record irripetibili non nascono dalla mediocrità che si autoprotegge: nascono dall’ossessione buona, dalla fatica che non chiede applausi, dalla disciplina che non va su Instagram. Chamberlain non segnò cento punti per dimostrare qualcosa a qualcuno: lo fece perché quella era la sua natura. Owens non vinse per fare un tweet virale, Alì non danzò per far contenti i fotografi, Beamon non saltò per i followers, e Nadia non ottenne un dieci aspettando i like. Lo fecero perché erano oltre il concetto stesso di “sufficienza”. E forse questa è l’unica eredità che vale la pena custodire.

Che l’eccellenza non nasce dall’essere migliori degli altri, ma dall’essere migliori di ciò che si era il giorno prima. Che la storia la scrivono i 100 punti, non i 6 che molti considerano abbastanza. Gli altri si accontentano. Gli irripetibili, no. E per questo, anche quando non ci sono più, continuano a vincere.

©Futuro Europa® Riproduzione autorizzata citando la fonte. Eventuali immagini utilizzate sono tratte da Internet e valutate di pubblico dominio: per segnalarne l’eventuale uso improprio scrivere alla Redazione

Condividi
precedente

Cronache dai Palazzi

successivo

Italia delle Regioni

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *