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Da Stalin ai santini dei moderni profeti

Il 25 febbraio 1956 – i settant’anni li celebreremo fra tre giorni – è una data che la storia ricorda con la precisione che riserva solo ai tradimenti importanti. Quel giorno Nikita Krusciov salì sul palco del XX Congresso del Partito Comunista Sovietico e fece ciò che nessuno aveva mai osato: accusò Iosif Stalin di essere diventato un “culto della personalità”. Lo disse così, con l’aria di chi indica un elefante in un salotto pieno di cristalli, fingendo di stupirsi che nessuno se ne fosse accorto per trent’anni. Ma ebbe l’attenzione di essere certo che la persona di cui parlava male non c’era più.

Il culto della personalità, a ben vedere, è un’invenzione assai più duratura del comunismo reale. Basta guardarsi intorno. Il Novecento ne è pieno come un santuario di paese in agosto: Stalin, che riempiva piazze e siberie; Mao, che distribuiva libretti rossi al posto delle indulgenze; Castro, che parlava per ore come un predicatore barocco; Perón, che prometteva tutto a tutti con l’entusiasmo di un parroco in missione.

E noi europei, che pure ci crediamo immuni, non siamo stati da meno. C’è stato un periodo in cui ogni appartamento, aveva due oggetti sacri: la televisione in bianco e nero e la foto di Berlinguer o il busto di Mussolini. Provocatorio? Sì, lo ammetto, ma scagli il suo cellulare chi è senza peccato. Importante per qualcuno era farlo sapere o nasconderlo ai più. Ma almeno non erano imposti come in Nord Corea.

Berlinguer è stato il santo laico del dopoguerra, l’uomo che pareva non sbagliare mai, un po’ come San Francesco ma con l’accento sardo e il maglione girocollo. Nessuno sembrava accorgersi che anche la semplicità, a volte, può diventare una liturgia. Il secondo era il simbolo di una nostalgia fuori luogo e un ideale superato dalla storia e dai fatti.

La verità è che il culto del capo, del leader, dell’eroe – chiamalo come vuoi – è sopravvissuto alla Guerra Fredda e si è semplicemente aggiornato. Non abbiamo più le statue in piazza, abbiamo i profili social. Niente più busti di bronzo: ora si usano emoji. E al posto dei manifesti col volto del Conducator, abbiamo quelle icone ordinate e un po’ mistiche che diventano intoccabili per motivi spesso imperscrutabili.

Prendiamo Greta Thunberg. Brava ragazza, coraggiosa, determinata secondo alcuni, una marionetta per altri. Liberi di pensarla come volete. Ma bastano tre foto, un cartello e un paio di frasi ripetute all’infinito perché diventi un dogma vivente. Il problema non è lei. Sono gli altri, quelli che sventolano la sua immagine come fosse un santino trovato miracolosamente intatto nei resti di una canonica bruciata o chi la considera il simbolo di ideologie già fallite. Basta pronunciare un dubbio – uno solo – e vieni considerato un eretico climatico da mettere al rogo alimentato a pellet ecosostenibile.

I santini, insomma, sono sempre gli stessi, è cambiata solo la cornice. Il leader carismatico non è più il condottiero che arringa le masse: oggi è il personaggio che fa tendenza, che parla in slogan, che non tollera sfumature. È il Santo Subito del giorno, pronto per essere incensato e il giorno dopo rottamato. E il bello è che molti di questi santini non hanno fatto nemmeno in tempo a diventare storici: sono già diventati ologrammi.

Poi, però, c’è il caso opposto. Quello dei santi veri, quelli che non hanno chiesto di esserlo. Prendiamo Padre Pio. Non aveva uffici stampa, non faceva videomessaggi, non aveva un social media manager. Era un frate, pregava, confessava, si portava addosso un fardello che neppure i suoi devoti riuscivano a spiegare. Ed è diventato oggetto di un culto popolare travolgente senza neanche provarci. Il contrario perfetto dei santini moderni: oggi si costruiscono campagne di comunicazione da milioni per ottenere la metà del suo seguito inatteso.

Il problema non è avere riferimenti. È trasformarli in feticci. Krusciov lo disse con la schiettezza di un uomo che aveva visto abbastanza per comprendere che nessuno merita un altare permanente. Eppure, settant’anni dopo, continuiamo a costruire altari nuovi di zecca. Persino più fragili, perché si reggono su like, tendenze, indignazioni sincronizzate.

Forse è tipico dell’essere umano. Forse ci piace credere che esista qualcuno che incarni la soluzione, la purezza, l’innocenza politica, sociale, spirituale. Ma il culto della personalità, oggi come ieri, ha un difetto irrisolvibile: pretende che altri pensino al posto nostro. E alla fine non produce santi, ma solo disillusioni. Un giorno anche i santini digitali diventeranno oggetti fuori moda. Le icone scoloriranno, i simboli cambieranno e ognuno tornerà a guardare la realtà senza filtri.

E lì, forse, capiremo la lezione di Krusciov: ogni volta che smetti di ragionare e inizi a venerare, hai già perso la libertà, anche se lo fai sorridendo davanti a uno schermo.

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