Cronache dai Palazzi
Mercato unico, Unione dei risparmi e degli investimenti e Unione energetica: sono questi i pilastri per rilanciare la competitività europea e per raggiungere l’autonomia strategica dell’Ue da cui l’Unione non può prescindere nello scenario geopolitico attuale. I leader dei Paesi Ue hanno discusso di competitività europea all’interno del pre-vertice nel castello di Alden Biesen in Belgio, convocato da Italia e Germania in vista del prossimo Consiglio europeo di marzo.
Diversi i dossier presi in esame. La discussione “ha aperto la strada a un accordo su azioni concrete in occasione del Consiglio europeo di marzo”, ha precisato il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Nel Consiglio di marzo la Commissione europea proporrà nello specifico un preciso piano d’azione e una tabella di marcia: “Un’Europa, un mercato. Vogliamo raggiungerlo entro la fine del 2027”, ha spiegato la presidente Ursula von der Leyen.
Fondamentali i contributi degli ex premier italiani Mario Draghi ed Enrico Letta. La mancata integrazione in settori cruciali come quello finanziario ed energetico risulta essere il nocciolo della questione. La mancata competitività europea è tale per gli alti prezzi dell’elettricità – ciò che rappresenta una preoccupazione condivisa anche se le soluzioni proposte dai singoli Stati sono diverse – ed ancora per la mobilitazione degli investimenti privati che risulta come ostruita, tantoché a marzo la Commissione Ue presenterà il 28esimo regime giuridico per le imprese auspicando uno sblocco e con l’intenzione di concludere la prima fase dell’Unione del risparmio e degli investimenti, che comprende l’integrazione del mercato, la vigilanza e la cartolarizzazione (cessione dei crediti) entro giugno. Nel prossimo Consiglio europeo di marzo verranno inoltre resi noti dei settori strategici individuati dall’Europa che potrebbero per l’appunto favorirne la competitività.
Collaborazione concreta tra i leader presenti al pre-vertice, consapevoli di essere “tutti nella stessa barca” e di puntare tutti “allo stesso risultato”, come ha rimarcato la premier Giorgia Meloni auspicando di trovare punti di convergenza tra i Paesi membri e poter così realizzare percorsi costruttivi e inclusivi insieme. Per Palazzo Chigi inoltre “bisogna proteggere anche alleanze commerciali e partner strategici che sono fuori dall’Unione” quindi d’accordo sul “comprare europeo”, come difeso in primo luogo da Parigi che considera prioritaria l’autonomia strategica dell’Ue, soprattutto dopo la politica commerciale improntata della Casa Bianca di Trump. Sulla stessa linea dell’autonomia strategica la Spagna mentre l’Italia assume una posizione più cauta a seconda dei diversi settori. Berlino infine ipotizza un “made with Eu” non chiudendo la porta ai possibili partner commerciali dell’Ue.
L’Europa non può più aspettare. È “urgente agire”, ha rimarcato l’ex presidente della Bce, Mario Draghi, intervenendo al pre-vertice di Bruxelles presentando un rapporto sulle cause della crisi di competitività dei Paesi dell’Unione europea e sottolineando il peggioramento del contesto economico rispetto alla presentazione del suo precedente rapporto. Draghi auspica una riduzione delle barriere nel Mercato unico, il superamento della frammentazione dei mercati azionari, la mobilitazione del risparmio europeo, l’abbattimento del costo dell’energia e, qualora fosse necessario, il ricorso alle cooperazioni rafforzate per sbloccare i dossier ancora stagnanti. “Competitività” risulta essere la parola chiave di Mario Draghi a partire dal settore energetico in cui occorre risolvere una fragilità strutturale, ad esempio disaccoppiando rinnovabili e nucleare dai combustibili fossili ed allargando contratti a lungo termine. La transizione risulta fondamentale a partire dalla messa a punti di reti, autorizzazioni e anche del nucleare, ma occorre agire tempestivamente e prendere delle decisioni. Draghi rimarca infine l’essenzialità delle industrie strategiche individuando dei settori chiave e analizzando la struttura dell’offerta. Spazio, intelligenza artificiale, semiconduttori, difesa sarebbero i settori strategici principali. Il Vecchio Continente, inoltre, si distingue per la ricerca ma deve migliorare nel costruire piattaforme e campioni industriali su scala globale, diventando per l’appunto più competitivo mettendo a sistema il proprio know-how evitando la frammentazione. In questo contesto Mario Draghi propone un metodo definito “federalismo pragmatico” che vuol dire fare le cose insieme affrontando una nuova crisi, mettendo in atto cooperazioni rafforzate o strumenti intergovernativi qualora sia necessario e soprattutto individuare i ruoli, chi fa cosa, senza perdere tempo ed energie nei vari comitati. Azione immediata quindi, non teoria istituzionale ma ingegneria del sistema economico.
Su un piano parallelo e complementare si sviluppa il report di Enrico Letta, ex premier italiano e oggi presidente dell’Istituto Jacques Delors, che proclama più integrazione: “passare da 27 a 1”. Pragmatizzando la teoria istituzionale messa nel mirino dall’altro ex premier, Letta auspica “un accordo interistituzionale ad alto livello”, che renda concrete le misure chiave per completare il Mercato unico, “One Market Act” così come è nato negli anni Novanta quando si passò dal Mercato comune al Mercato unico. Nell’epoca attuale, afferma Enrico Letta, è il tempo di costruire “un unico Mercato”. I pilastri verticali fondamentali sarebbero: servizi finanziari per mobilitare il risparmio che possa trasformarsi in crescita e nuovi investimenti; energia per garantire accessibilità, sicurezza e infrastrutture della transizione; connettività sempre più avanzata per rendere il mercato unico delle telecomunicazioni e delle reti digitali una realtà efficiente. Altri tre sono i fattori orizzontali: la libera circolazione di conoscenza e innovazione ciò che Letta definisce la Quinta Libertà; il ventottesimo Regime, ossia un quadro giuridico europeo opzionale per le imprese innovative; ed infine la libertà di soggiorno per rafforzare la dimensione sociale del Mercato unico.
“Servono risposte concrete, efficaci, immediate su temi della competitività, perché non c’è più tempo”, puntualizza Giorgia Meloni, aggiungendo: l’Ue “torni a pensare in grande”. Occorre “una risposta europea per la competitività delle nostre imprese”, affrontare “la semplificazione burocratica”, rendere concreta “l’autonomia strategica rispetto alle materie prime”, ed infine valorizzare settori chiave come l’automotive. Energia, capitale, industria e difesa sono gli assi fondamentali. Integrare i mercati finanziari, cooperare per quanto riguarda il potere d’acquisto energetico, dotarsi di strumenti finanziari comuni adeguati (ad esempio gli Eurobond) sono invece le azioni da mettere in pratica.
Dal castello di Alden Biesen in Belgio, reduce dal vertice informale dei leader Ue, la premier Meloni è arrivata a Addis Abeba in Etiopia per la seconda edizione del vertice Italia-Africa (la prima nel continente africano) per partecipare come ospite d’onore all’Assemblea dei capi di Stato e di governo dell’Unione Africana. Sul tavolo non solo il consolidamento del Piano Mattei, ma soprattutto la sua possibile estensione. È infatti in corso un lavoro per ampliare la platea dei Paesi coinvolti tantoché altre 4-5 Nazioni africane si andrebbero ad aggiungere alle 14 già attive.
“Abbiamo assunto un impegno molto ambizioso… costruire un modello completamento diverso di cooperazione, fondato sulla fiducia e sul rispetto reciproco. Una cooperazione da pari a pari, lontana da qualsiasi tentazione predatoria ma anche dall’approccio paternalistico”, ha affermato Giorgia Meloni rimarcando il passaggio programmatico che consiste nell’evoluzione del Piano che “oggi viene riconosciuto non più come una iniziativa italiana ma come una strategia di respiro internazionale” che le sinergie messe in moto con Nazioni Unite, Ue, Unione Africana e G7 ha reso possibile. Focus su energia pulita, sicurezza alimentare e rafforzamento delle competenze. “Con il Piano Mattei stiamo contribuendo a rivoluzionare il modo di guardare all’Africa e conseguentemente di agire in Africa”, ha affermato la premier.
“In questi due anni abbiamo avviato e concluso progetti concreti di grande impatto sociale, mobilitando miliardi di euro tra risorse pubbliche e private”. L’obiettivo politico però va oltre i dossier chiarisce Meloni: “Non è quello di attuare un semplice pacchetto di progetti, ma è quello di dare forma a un patto tra nazioni libere che scelgono di lavorare insieme perché si fidano l’una dell’altra”. Per quanto riguarda il tema migratorio, in particolare “non ci interessa sfruttare la migrazione per avere manodopera a basso costo – sottolinea la premier – vogliamo, invece, combattere le cause profonde che spingono troppi giovani a dover lasciare il luogo nel quale sono nati e cresciuti” ciò che rappresenta “una scelta di responsabilità condivisa, non di convenienza”. L’obiettivo è “rendere il Piano Mattei più efficace, più concreto, più aderente alle esigenze dei territori” in quanto si tratta di una strategia “in progress” non ancora compiuta bensì da perfezionare “contribuendo a rivoluzionare il modo di guardare all’Africa”.
Il cosiddetto “Sistema Italia” fa da cornice politica al progetto economico-finanziario messo a terra grazie alla partecipazione di diversi gruppi industriali e finanziari coinvolti nelle filiere energetiche, infrastrutturali e della cooperazione economica. In prima linea Eni, Enel, Fincantieri, Cassa Depositi e Prestiti e Leonardo.
Occorre passare dal dialogo all’azione trasformando i progetti in risultati concreti. L’Italia, nello specifico, funge da ponte tra l’Africa e l’Europa articolando una visione lungimirante essenziale in un periodo storico compromesso e conflittuale come quello attuale. Energie rinnovabili, agricoltura e infrastrutture sono i settori strategici principali. Da qui la disponibilità a rafforzare il partenariato: “Insieme possiamo costruire un nuovo rapporto tra Italia e Africa basato sulla dignità, non sulla dipendenza”, in pratica un futuro che Africa, Italia e Europa potranno costruire insieme coinvolgendo imprese, università, mondo della cooperazione e della ricerca, eccellenze che lavorano in modo coordinato e cooperativo perseguendo un obiettivo comune. Corridoi energetici, filiere agroalimentari, accesso all’acqua, formazione, sistema sanitario e innovazione digitale. Spiega Meloni: “abbiamo saputo creare un nuovo paradigma pubblico-privato in un altro pilastro della nostra cooperazione che è la sicurezza alimentare, sostenendo le filiere locali, generando occupazione di qualità, ma anche sostenendo l’innovazione tecnologica e l’accesso all’acqua. Abbiamo rafforzato la cooperazione nelle infrastrutture fisiche e digitali in diverse regioni dell’Africa, perché senza connessioni semplicemente non c’è crescita e non può esserci integrazione con i mercati globali. Abbiamo collaborato in ambito sanitario per rendere i sistemi più forti e più accessibili”.
Tra i progetti più ambiziosi sul fronte energetico vi sono l’impianto fotovoltaico Abydos II in Egitto da 1GW con sistema di accumulo, il collegamento elettrico sottomarino Elmed tra Italia e Tunisia e il finanziamento da 150 milioni di euro al Kenya per sostenere le strategie climatiche. Accanto ai grandi progetti energetici l’Italia partecipa inoltre alla Alliance for Green Infrastructure in Africa e ha contribuito alla formazione di uno Special Fund presso la Banca Africana di Sviluppo per sostenere rinnovabili, acqua e trasporti sostenibili, rendendo il Piano Mattei una realtà operativa e strutturata fondata su un’architettura finanziaria solida e innovativa e avvalendosi della collaborazione di istituzioni finanziarie internazionali quali la Banca Mondiale e la Banca Africana di Sviluppo.
Un secondo asse strategico riguarda agricoltura e sovranità alimentare. Avviato un progetto di agricoltura rigenerativa su terreni semi-aridi in Algeria; un polo agro-industriale in Costa d’Avorio; un finanziamento da 90 milioni di euro a favore del Senegal ed infine un polo agroalimentare in Mozambico. Si può definire continentale il progetto sulla filiera del caffè in cinque Paesi pilota dell’Africa orientale. Completano il quadro programmi di sostegno a favore del sistema sanitario come in Etiopia dove sono stati avviati anche interventi ambientali e idrici; ed infine progetti legati alla formazione con Memorandum su istruzione tecnica e ricerca firmati con diversi Paesi tra cui Tunisia, Egitto, Etiopia, Marocco e Kenya.
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