Nostalgia, malattia del futuro
C’è una nostalgia nuova che non assomiglia a nessuna delle forme conosciute. Non nasce dai ricordi, non ha l’odore dei pomeriggi dell’infanzia né il colore delle estati che ci illudiamo di rimpiangere. È una nostalgia in anticipo, quasi imbarazzante: la nostalgia di ciò che non è ancora accaduto. Una malinconia preventiva che affiora mentre scorriamo uno schermo, mentre guardiamo la vita degli altri come fosse un trailer della nostra, quella che non gireremo mai.
Viviamo in un’epoca che consuma il futuro come un prodotto da scaffale. Ogni giorno la tecnologia ci offre qualcosa da desiderare prima ancora che esista: nuovi modelli di oggetti, nuove versioni di noi stessi, nuove identità lucide e impacchettate come aggiornamenti. Il paradosso è che più ci proiettiamo avanti, più siamo assaliti da un rimpianto per ciò che non abbiamo vissuto e che probabilmente non vivremo mai. Una nostalgia del possibile, figlia dell’era dell’algoritmo.
Walter Benjamin, che vedeva nelle epoche le incrinature prima delle luci, avrebbe riconosciuto questa inquietudine. Per lui ogni civiltà sogna la successiva. La nostra, invece, non sogna più: scrolla. Scorre immagini di esistenze troppo curate per essere vere e intanto sente l’ombra di un’occasione sfuggita, un’occasione che non era reale ma che, per un istante, sembrava doverci appartenere.
Gli psicologi chiamano questo sentimento future longing, desiderio di un domani immaginario. Gli antropologi lo interpretano come un segnale preciso: emerge quando una cultura corre più veloce della propria capacità di capirsi. Barthes avrebbe parlato di identità fantasma, e Byung-Chul Han lo vedrebbe come il sintomo di una società che trasforma il futuro in prestazione. Un compito, non una promessa.
Questa nostalgia anticipata è diventata una presenza quotidiana. La riconosci quando il presente sembra troppo stretto e il passato non offre consolazione. La riconosci nei ventenni che temono di essere già in ritardo, negli adulti che hanno la sensazione di aver perso un treno che non è mai passato, nei sessantenni che scoprono di avere rimpianti prima ancora delle esperienze. Anche il rimpianto, oggi, è finito in modalità accelerata.
E qui intervengono i social, che non si limitano ad amplificare il fenomeno: lo aggravano. Confrontarsi con vite filtrate, ottimizzate, rese spettacolari e continue genera una forma di comparazione permanente. Non confrontiamo ciò che siamo con ciò che siamo stati, ma con ciò che non saremo mai. È una gara infinita con possibilità inesistenti, una corsa contro immagini che non hanno peso né tempo. E in questo gioco crudele la nostra immaginazione finisce per arrendersi a quella degli altri.
L’Homo Googlis, che vive, commenta e interpreta il mondo da terzo giocatore, è il soggetto ideale di questa nuova nostalgia. Ogni scorrimento di schermo gli ricorda che la sua vita è meno definita di quella che guarda. Ogni clic gli suggerisce che da qualche parte esiste una versione migliore di sé, di cui però non possiede la sceneggiatura. Delegando all’algoritmo il proprio immaginario, finisce per rimpiangere futuri che non ha mai scelto.
Calvino scrisse che il futuro non è più quello di una volta. Oggi lo è ancora meno. Non è un territorio da raggiungere, ma un catalogo. Un menu a tendina che aspetta solo di essere aggiornato. Siamo figli di una civiltà che non crea più visioni, ma le seleziona. E la nostalgia del futuro nasce proprio qui: quando avvertiamo che qualcun altro ha già immaginato per noi ciò che dovremmo diventare.
Forse l’antidoto è semplice e antico: tornare a immaginare per conto nostro. Non per protesta, ma per respirare. Per riappropriarci della possibilità, prima ancora che della realtà. Perché la nostalgia del futuro è la prova che non abbiamo smesso di desiderare, ma abbiamo smesso di scegliere in prima persona.
E quando torneremo a costruire il nostro domani, invece di confrontarlo con quello degli altri, questa nostalgia elegante e feroce forse comincerà davvero a svanire.
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