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Il lavoro di una volta

C’era una volta un’Italia in cui i giovani del sud prendevano un treno per andare a lavorare alla FIAT e nelle grandi fabbriche del nord. Un lavoro sicuro, un mutuo, la possibilità di creare una propria famiglia. Certezze.

È recente la notizia di come oggi giovani rifiutino quei posti di lavoro presso Stellantis, l’erede di quella che, all’epoca, era una azienda leader e una locomotiva dell’economia nazionale. Cambio totale di paradigma? Forse. O forse è cambiata la storia.

Ma la notizia si presta a una diversa chiave di lettura e, probabilmente, è un segnale che potrebbe riguardare tutta la nostra economia. Stellantis, infatti, non ha un problema di operai. Ha un problema di lettura del presente perché non mancano i candidati, ma la comprensione del tempo in cui viviamo.

La storia racconta la difficoltà di Stellantis nel trovare giovani disponibili ai turni notturni e al lavoro del sabato. La notizia viene letta in modo superficiale: “i ragazzi non hanno più voglia di lavorare”. Troppo semplicistico. Il punto non è la pigrizia, ma che il lavoro industriale continua a essere proposto con categorie mentali del Novecento a persone che vivono già nel 2030.

Un giovane che rifiuta il turno di notte non sta rifiutando il lavoro. Sta rifiutando un modello di vita che percepisce come incompatibile con la propria identità, con il proprio modo di concepire il tempo, le relazioni, la salute, la libertà personale. Stavolta non è un capriccio: è un dato strategico. Le imprese oggi devono comprendere che non possono più competere solo sul salario e qualche benefit, ma su fronti nuovi. I primi sono il controllo del tempo, la percezione di autonomia di un mondo che è globale, social e algoritmico, la qualità della vita è il senso di appartenenza. La fabbrica non è più automaticamente “il posto sicuro”, ma solo una delle possibili opzioni in un ecosistema dove esistono lavoro digitale, flessibilità, micro-imprenditorialità, remoto, ibrido. Ignorare questo significa parlare una lingua che non solo i ventenni non comprendono più, ma che allontana dal mondo del lavoro.

Qui entra in gioco quello che io chiamo Cybermetrica: la capacità di leggere insieme fattori tecnologici, sociali, psicologici e organizzativi prima ancora dei numeri economici. Non è analisi dei dati, ma dell’uomo nuovo; l’Homo Googlis che vive con lo smartphone e sta dietro ai dati.

Ma, tolta questa mia valutazione personale, Stellantis ha fatto recruitment, non governance. E questo tocca la sopravvivenza di un’impresa. Recruitment dice: “Ho bisogno di 400 persone, offro questo, chi accetta?”. Governance dice: “Che tipo di persona sto cercando?”, “Che vita gli sto chiedendo di fare?”, “Che impresa sto diventando ai suoi occhi?”. Il turno di notte oggi non è solo fatica fisica. È simbolicamente perdita di controllo sulla propria vita. Il sabato lavorato non è solo orario. È rinuncia alla socialità, alla progettualità personale, alla percezione di normalità. E in molti oggi, probabilmente, non lo considerano un lavoro instagrammabile.

E poi c’è la questione reputazionale. Che cos’è Mirafiori nell’immaginario di un ventenne? Un luogo di futuro o un ritorno al passato? Un’opportunità o una parentesi di sopravvivenza? Se non governi questa narrazione, nessuna politica di assunzione funzionerà davvero.

Il problema, dunque, non è che Stellantis non trovi giovani operai. Il problema è che non ha ancora deciso che tipo di impresa vuole essere per i giovani. Il lavoro oggi non è più solo reddito. È identità, posizionamento sociale e racconto di sé. Chi non capisce questo continuerà a parlare di “emergenza manodopera”. Chi lo capisce inizierà a parlare di trasformazione culturale dell’impresa.

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