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L’arte di tacere e l’illusione della trasparenza

Si crede comunemente che la privacy sia una conquista recente, un diritto nato con la modernità e reso necessario dall’avvento della tecnologia. È una mezza verità, e come tutte le mezze verità, più insidiosa della menzogna.

Certo, nel 1890 due avvocati americani, Samuel Warren e Louis Brandeis, scrissero su una rivista giuridica di Boston un articolo destinato a diventare una pietra miliare: The Right to Privacy. Con indignazione quasi morale, denunciavano la nuova invadenza della stampa scandalistica e delle prime fotografie, le “istantanee” che violavano la quiete domestica. Fu la nascita ufficiale, in senso giuridico, del “diritto di essere lasciati soli”. Del lasciami in pace!

Eppure, l’idea di riservatezza è molto più antica della parola che la definisce. Prima che la privacy fosse un diritto, fu una virtù. Fu la disciplina della parola, la misura del silenzio, la prudenza dell’esposizione. Ed ebbe, nel Settecento, un interprete sorprendente: l’abate Joseph Antoine Dinouart, autore di un piccolo trattato dal titolo L’art de se taire (L’arte di tacere) pubblicato nel 1771, un secolo prima di Warren e Brandeis.

Dinouart non parla di “dati”, di “sorveglianza” o di “comunicazione”, ma la sua riflessione tocca il cuore stesso della questione moderna: il rapporto tra parola e libertà. Per lui, il silenzio non è mancanza, ma forza morale. Tacere, scrive, significa scegliere. È l’atto con cui l’uomo mantiene il possesso di sé, sottraendosi al giudizio del mondo. “Chi sa tacere – afferma l’abate – sa custodire se stesso”. In questa frase si cela il nucleo di ciò che oggi chiameremmo protezione dei dati personali: il diritto di non essere letti, analizzati, interpretati senza consenso.

Il suo è un elogio del riserbo, ma anche una forma di resistenza. Nell’Europa dell’Illuminismo, dove la parola pubblica diventava strumento politico, Dinouart difendeva il valore dell’intimità, l’importanza del confine tra il pensiero interiore e la parola detta. Anticipava l’idea che non tutto ciò che può essere detto deve essere detto; che l’eccesso di comunicazione è, di per sé, una forma di violenza.

Non era solo un ecclesiastico controcorrente, ma l’erede di una tradizione molto più antica. Già Seneca, in un’epoca lontana, aveva intuito che la libertà interiore passa per la misura del linguaggio: “È cosa nobile conoscere il momento del parlare e il momento del tacere”. La saggezza stoica aveva già compreso che la parola, una volta pronunciata, non ci appartiene più. È un gesto irreversibile, e come tale richiede prudenza. Tacere, dunque, non è codardia ma dominio di sé.

Secoli dopo, Francis Bacon, nel pieno dell’età della ragione e alle soglie dell’Illuminismo, avrebbe scritto che “Discretion of speech is more than eloquence”, la discrezione nel parlare vale più dell’eloquenza. È un monito che risuona ancora oggi, nell’epoca della comunicazione permanente: la parola, quando è misurata, conserva dignità; quando è continua, si svuota.

Oggi viviamo in un tempo che ha invertito quel principio. La discrezione non è più una virtù, ma una colpa. Il silenzio non è più rispetto, ma sospetto. Abbiamo confuso la trasparenza con la verità e l’esibizione con la sincerità. Ci mostriamo per sentirci vivi, ci raccontiamo per esistere, ci osserviamo per essere osservati. Ogni pensiero diventa post, ogni gesto contenuto, ogni emozione una notifica. È la versione moderna di quella logorrea che Dinouart aveva previsto come pericolo morale: la perdita della misura, dell’intimità, del pudore.

Non serve un censore, perché ci censuriamo da soli, consegnando la nostra identità a piattaforme che vivono del nostro bisogno di esporci. È un Panopticon rovesciato: non un carcere in cui siamo spiati, ma un palcoscenico in cui ci esibiamo volontariamente. La sorveglianza non ha più bisogno di forza, perché ha trovato un alleato perfetto: la vanità.

Dinouart avrebbe sorriso amaramente di fronte a tutto questo. Avrebbe capito che il suo ammonimento – “chi parla troppo, si consegna agli altri” – oggi suona come una legge di sopravvivenza digitale. Oggi potremmo tradurlo così: chi pubblica troppo, si consegna agli algoritmi. La parola non libera più, archivia. Ogni espressione, ogni fotografia, ogni commento diventa informazione, e l’informazione non appartiene più a chi la genera, ma a chi la conserva.

La privacy, prima di essere un diritto, era una forma di saggezza. Una misura di libertà costruita sul limite. Rileggere Dinouart significa ricordare che il riserbo è una condizione della civiltà, non un lusso da nostalgici. Tacere, a volte, è il più alto atto di libertà possibile. E forse, in un tempo in cui tutti parlano e nessuno ascolta, recuperare l’arte di tacere non è un esercizio letterario ma un gesto di resistenza civile. Perché, come ammoniva Seneca, “il momento del silenzio è anch’esso parola, solo più nobile”, e come scrisse Bacon, “la discrezione vale più dell’eloquenza”.

Dinouart, con la sua penna del Settecento, li avrebbe sottoscritti entrambi. E oggi, in mezzo al frastuono dei nostri schermi, ci ricorderebbe che la libertà vera non si misura da quanto diciamo, ma da ciò che sappiamo ancora tenere per noi.

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