UE, verso una “Schengen militare”
In una risoluzione non vincolante adottata lo scorso 17 dicembre, con 493 voti a favore, 127 contrari e 38 astensioni, i deputati dell’Europarlamento hanno affermato che la guerra della Russia contro l’Ucraina ha riportato al centro dell’attenzione la mobilità militare e l’urgente necessità di facilitare lo spostamento rapido transfrontaliero di truppe, equipaggiamenti e asset militari in tutta Europa. Sottolineano, inoltre, che la mobilità militare è un elemento essenziale per la difesa dell’UE ed è cruciale per la sicurezza del fianco orientale, in particolare dei paesi baltici e della Polonia. Secondo il Parlamento, l’attuale situazione — dove spostare equipaggiamenti può richiedere oltre un mese a causa di barriere amministrative e infrastrutturali — non è compatibile con le esigenze di sicurezza del continente. La risoluzione con cui il Parlamento europeo ha invocato la creazione di uno “Schengen militare” rappresenta molto più di un intervento tecnico sulla mobilità delle truppe. È il segnale politico più esplicito, finora, della trasformazione dell’Unione europea da spazio di integrazione economica e normativa a attore strategico che si prepara a uno scenario di confronto prolungato con la Russia. La guerra in Ucraina ha accelerato un processo già in corso: la normalizzazione del linguaggio e degli strumenti della deterrenza militare all’interno delle istituzioni europee.
La diagnosi avanzata da Bruxelles non è infondata. Oggi spostare mezzi e uomini all’interno dell’UE può richiedere settimane, ostacolato da un dedalo di autorizzazioni nazionali e da infrastrutture civili inadatte al transito di mezzi pesanti. In uno scenario di crisi ad alta intensità, soprattutto sul fianco orientale — Polonia e Paesi baltici — questa lentezza rappresenta un punto di vulnerabilità evidente. Da qui l’idea di consentire, almeno in caso di emergenza, il movimento delle forze armate attraverso i confini interni entro 24 ore.
Ma dietro la retorica dell’efficienza logistica si cela una svolta politica profonda. Lo “Schengen militare” implica l’accettazione di un principio finora solo parzialmente esplicitato: che la sicurezza europea non sia più una variabile eccezionale, bensì una condizione permanente di allerta. La mobilità militare, concepita come misura tecnica, diventa così uno strumento strutturale di deterrenza, inserendo l’UE in una logica di confronto che rischia di cristallizzarsi nel lungo periodo.
Il nodo finanziario rende questa ambizione ancora più problematica. Il Parlamento chiede di portare oltre i 17 miliardi di euro il bilancio per la mobilità militare nel prossimo quadro finanziario pluriennale, ma ammette allo stesso tempo che l’ammodernamento di circa 500 infrastrutture critiche potrebbe costare almeno 100 miliardi di euro. Una cifra che solleva interrogativi inevitabili: chi pagherà, con quali priorità e a discapito di quali politiche? L’esperienza del bilancio 2021-2027, in cui i fondi per la mobilità militare furono tagliati del 75%, suggerisce che il consenso politico su questa agenda è tutt’altro che scontato.
C’è poi la dimensione geopolitica esterna. Presentato come misura difensiva, lo “Schengen militare” sarà inevitabilmente letto da Mosca come un ulteriore passo verso la militarizzazione dello spazio europeo, in continuità con l’allargamento della NATO e il rafforzamento delle infrastrutture militari lungo il confine orientale. Anche se l’UE insiste nel sottolineare che non si tratta della creazione di un esercito europeo, il messaggio strategico è chiaro: l’Europa si prepara a muoversi come un unico spazio operativo in caso di conflitto. Il rischio, tuttavia, è che questa integrazione resti asimmetrica. I benefici in termini di deterrenza si concentrerebbero soprattutto sui Paesi dell’Est, mentre i costi politici, finanziari e simbolici verrebbero condivisi da tutti. Allo stesso tempo, la rimozione degli ostacoli burocratici ai movimenti militari solleva interrogativi sulla sovranità nazionale, sul controllo democratico e sulla distinzione sempre più sfumata tra tempi di pace e tempi di crisi.
Lo “Schengen militare” appare dunque come una risposta razionale a un contesto di sicurezza deteriorato, ma anche come una scorciatoia politica: invece di affrontare il nodo di una vera politica estera e di difesa comune, l’UE sceglie di intervenire sulla logistica, dove il consenso è più facile e le resistenze ideologiche minori. Resta da capire se questa scelta rafforzerà davvero la sicurezza europea o se contribuirà, nel lungo periodo, a rendere il confronto con la Russia più rigido e meno governabile. Il Parlamento ha indicato una direzione chiara. Ma trasformare la velocità di movimento in una strategia di sicurezza coerente richiederà ben più di ponti rinforzati e permessi accelerati: servirà una visione politica condivisa, capace di bilanciare deterrenza, sostenibilità finanziaria e controllo democratico. Senza di essa, lo “Schengen militare” rischia di diventare l’ennesimo simbolo di un’Europa che reagisce agli eventi, invece di anticiparli. La risoluzione, approvata a larga maggioranza nel dicembre 2025, riflette i timori dei paesi del “Fianco Orientale”. Violazioni dello spazio aereo, attacchi cyber e la pressione ai confini estoni e polacchi hanno convinto Bruxelles che la difesa non può più essere gestita con approcci puramente nazionali. La creazione di questo spazio entro il 2027 rappresenterebbe il passo più concreto verso una vera Unione Europea della Difesa, eliminando quella “burocrazia delle frontiere” che finora è stata il punto debole della logistica continentale.
Adesso la proposta passa ora alle Commissioni Trasporti e Difesa, che dovranno avviare i lavori legislativi sul pacchetto presentato dalla Commissione europea a novembre 2025. L’obiettivo è realizzare uno spazio senza frontiere interne per i movimenti militari nel più breve tempo possibile, senza necessariamente abolire i confini, ma rimuovendo gli ostacoli che oggi ne limitano l’efficacia. La proposta di uno “Schengen militare” non crea un esercito europeo, ma punta a rendere più efficiente e credibile la difesa collettiva del continente. In un’epoca in cui la sicurezza europea è nuovamente messa alla prova, la rapidità di movimento può fare la differenza tra deterrenza e vulnerabilità. Il Parlamento ha tracciato la strada: ora spetta agli Stati membri decidere se trasformare questa visione in realtà.
Il correlatore della Commissione per la sicurezza e la difesa Petras Auštrevičius (Renew, LT) ha dichiarato: “Per mantenere la forza dell’Europa e la sua capacità di deterrenza nei confronti degli aggressori, è fondamentale dimostrare la nostra prontezza ad agire. Ciò implica disporre della capacità di dispiegare rapidamente truppe e attrezzature in tutta l’UE. Superare gli oneri amministrativi e sviluppare capacità e infrastrutture a duplice uso non è un lusso, ma una necessità. Il Parlamento richiama l’attenzione sul lavoro che resta da fare per realizzare un vero «Schengen militare», che deve essere portato a compimento nel più breve tempo possibile”.
Il correlatore della Commissione per i trasporti Roberts Zīle (ECR, LV) ha sottolineato: “Attualmente esistono troppi ostacoli alla mobilità militare che potrebbero essere rimossi rapidamente senza richiedere ingenti finanziamenti. Alla luce della guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, la mobilità militare è diventata ancora più urgente. Non c’è tempo da perdere: dobbiamo mantenere lo slancio e cogliere le opportunità più immediate”.
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