Politica

Cronache dai Palazzi

Un preciso “No” a ogni ipotesi di invio di soldati italiani in Ucraina. Si tratta di una “posizione ampiamente condivisa” all’interno della maggioranza, e non solo. In pratica non è prevista alcuna presenza militari italiana in Ucraina come più volte ribadito dalla premier Meloni e dal ministro dell’Economia Giorgetti, mentre il ministro della Difesa Crosetto non esclude l’ipotesi di programmare investimenti per il riarmo come, tra l’altro, richiesto dall’Europa per rimediare al taglio delle risorse militari messo in atto dagli Usa. Il ministro dell’Economia Giorgetti precisa comunque che, qualora verranno investiti dei fondi per la Difesa, non saranno tolti alla spesa sociale e richiederanno uno “scostamento” nel bilancio. “Cruciale il dato sul deficit”, puntualizza Giorgetti, mentre Crosetto prefigura altri 7 programmi sulle forniture, per impegni di spesa superiori al miliardo di euro.

Salgono quindi a 74 i programmi d’armamento presentati negli ultimi tre anni. Le spese che sono state già autorizzate ammontano a 25 miliardi di euro e i programmi futuri portano il saldo complessivo a 60 miliardi di euro, una cifra esosa che ha provocato reazioni all’interno della maggioranza, in primis da parte della Lega anche in riferimento a progetti scaglionati nel medio periodo, ben oltre il 2030. In Parlamento il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti a proposito dei suddetti programmi – impegni presi in sede Nato – ha sottolineato che “appare cruciale attendere l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo, che consentirebbe di confermare l’incremento della spesa per difesa con una incidenza sul Pil che può crescere fino a circa 0,5 punti percentuale entro la fine del triennio”. In sostanza vuol dire che, per l’appunto, “non toccheranno alcuna spesa sociale programmata”.

Tensioni interne alla maggioranza che le opposizioni utilizzano per fare pressione sulla politica estera e contrastare il riarmo. Un riarmo escluso comunque da Palazzo Chigi e ribadito dalla presidente del Consiglio anche nella conferenza stampa di inizio anno, in cui Meloni ha messo in risalto l’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica come bussola: “Il principale strumento individuato per costruire solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina è un sistema ispirato all’articolo 5 della Nato”. In questo contesto “non c’è oggi sul campo l’opzione di un intervento della forza multinazionale con l’ombrello delle Nazioni Unite”, a parte i ‘Volenterosi’, e non risulta “necessario l’invio dei soldati italiani in Ucraina”.

Anche per quanto riguarda la Groenlandia entro il mese corrente il ministro degli Esteri Antonio Tajani “presenterà una strategia italiana sull’Artico” in quanto l’area è ritenuta “strategicamente importante”. In conferenza stampa la premier Meloni ha anticipato alcuni punti: “Preservare la Groenlandia come zona di pace e cooperazione, contribuire alla sicurezza della regione, aiutare le aziende italiane che volessero investire e favorire la ricerca”, auspicando nel contempo di poter “rispondere insieme agli alleati atlantici alle ingerenze di altri Paesi sulla regione”. Meloni ha inoltre precisato che “l’amministrazione Trump con i suoi metodi diciamo molto assertivi, sta soprattutto ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia e in generale dell’area artica per i suoi interessi”. Per quanto riguarda il rapporto con gli Stati Uniti la premier ha inoltre affermato che ci sono diverse cose su cui l’Italia ha un’altra visione e il diritto internazionale, in particolare, va difeso perché se saltano le regole siamo tutti più esposti.

Spostando lo sguardo in Medio Oriente, invece, si tratta una “tregua molto fragile. Stiamo dando la disponibilità dei nostri carabinieri a formare le prime 50 forze della sicurezza palestinese in Giordania. Saremo la prima nazione europea a dare un contributo fattivo alla sicurezza della Striscia di Gaza”, ha spiegato Giorgia Meloni sottolineando: “Siamo rispettati da tutti in questa regione” e “continuiamo a occuparci” di Gaza per “rendere effettivo” il piano americano in Medio Oriente; non si esclude quindi “la partecipazione ad una forza multinazionale sotto l’ombrello Onu” ma si tratta di una decisione da affrontare in Parlamento.

Sul fronte interno per quanto riguarda il referendum sulla riforma della Giustizia si ipotizza la data 22-23 marzo, data che il Consiglio dei ministri dovrà definire entro il 17 gennaio. Sembra essere una data “ragionevole” che “permette di portare a casa le norme attuative in tempo prima della definizione del nuovo Csm”. Una decisione non condivisa dai fautori del ‘No’ che preannunciano di scendere in piazza nelle prossime settimane con l’appoggio di varie associazioni della società civile. “Abbiamo già raggiunto 300 mila firme solo online e ora non si vogliono attendere un paio di settimane perché mancherebbero i tempi per definire le norme attuative del nuovo Csm del 2027?” È l’indignazione di Carlo Guglielmi, il portavoce dei quindici sottoscrittori di un quesito referendario diverso da quello del governo per la citazione delle norme soppresse dalla riforma. Gli oppositori rimarcano che non è mai successo che non siano stati attesi i tre mesi previsti dall’articolo 138 della Costituzione per fissare la data del voto, tre mesi che “scadono solo il 30 gennaio”. Lo scontro è acceso e il viceministro Francesco Paolo Sisto ha anche chiesto al Comitato GiustodireNo, sostenuto dall’Associazione nazionale magistrati, di ritirare i manifesti con il seguente slogan: ‘Volete giudici sottomessi alla politica? Vota No!’ “Non esiste un problema di sottoposizione della magistratura alla politica. Il comitato abbia il coraggio della coerenza e ritiri manifesti e slogan”, ammonisce Sisto. “È una campagna di delegittimazione. Quello che appare sui manifesti è frutto di ciò che ha affermato il ministro”: è la replica del Comitato che rimarca per l’appunto il rapporto da sanare tra magistratura e politica, soprattutto per quanto riguarda il discorso della separazione delle carriere tra pm e giudici. In sintesi, per la maggioranza con la riforma si eviterebbero le “porte girevoli” mentre per le opposizioni la riforma mina l’autonomia della magistratura. La riforma Nordio prevede inoltre due Consigli superiori della magistratura separati e un’Alta Corte disciplinare.

Un altro fronte è occupato dal dibattito sulla legge elettorale della quale se ne deve occupare il Parlamento e “spero in una interlocuzione positiva e che non ci siano chiusure pregiudiziali” da parte delle opposizioni, ha sottolineato la premier aggiungendo: “Noi faremo tutto quello che possiamo perché le norme siano condivise. Se c’è una chiusura pregiudiziale, non escludo che si debba chiedere al Parlamento” che procederà “a maggioranza”. In definitiva si auspica che “i cittadini abbiano la certezza che si fa quello che stabiliscono le elezioni”.

Il Piano casa è invece “in dirittura di arrivo”. Si tratta di “un progetto molto ampio” sul quale stanno lavorando il ministro Salvini e il ministro Foti “con la collaborazione di molti pezzi dei corpi intermedi e della società civile”, come Confindustria e la Conferenza Episcopale Italiana. In questo contesto la premier elogia “il Sistema Italia” e sottolinea che l’obiettivo del governo “è mettere in campo un progetto che possa arrivare a mettere a disposizione 100mila nuovi appartamenti e case a prezzi calmierati, ragionevolmente nei prossimi 10 anni, al netto delle case popolari”. A proposito di abitazioni si dovrà inoltre affrontare la questione del caro energia riguardo al quale “diversi miliardi sono stati spesi nelle varie leggi di bilancio per calmierare i prezzi. L’ultimo decreto è stato di sei mesi fa per altri 3 miliardi circa e ne abbiamo un altro che portiamo in Consiglio dei ministri nelle prossime settimane”, ha annunciato la premier.

Nel 2026 il governo mira, infine, a “fare di più” anche per quanto riguarda la sicurezza, per cui sarà l’anno del “cambio di passo”. Nello specifico il Consiglio dei ministri in una delle prossime sedute approverà la cosiddetta legge “anti maranza” per fronteggiare in particolare il fenomeno della violenza minorile. Le gang giovanili imperversano e molto spesso gli atti di violenza sono commessi con armi da taglio più che con armi da fuoco. L’esecutivo ritiene quindi “che vada vietato il porto d’armi da taglio con un’aggravante, nel caso di persone travisate o nel caso di gruppi di persone che si riuniscono in luoghi sensibili”. Inoltre, si prevedono “sanzioni” anche nei confronti di genitori “responsabili” di figli minorenni che commettono atti di violenza.

©Futuro Europa® Riproduzione autorizzata citando la fonte. Eventuali immagini utilizzate sono tratte da Internet e valutate di pubblico dominio: per segnalarne l’eventuale uso improprio scrivere alla Redazione

Condividi
precedente

Per amore di una donna (Film, 2025)

successivo

Il Processo di Verona

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *