Cronache dai Palazzi
Dal 2026 saranno “principalmente aiuti civili”. Da Palazzo Chigi confermano la linea disegnata dall’ultimo Consiglio europeo per cui gli aiuti all’Ucraina dovranno avere un limite anche per non incorrere in un peggioramento del debito europeo come prefigurato da Berlino. Tra gli obiettivi del vertice che si è riunito a Bruxelles non solo come sbloccare l’utilizzo dei beni confiscati ai russi e destinati all’Ucraina ma anche e soprattutto non presentare a Putin un’Europa divisa.
Il 3 marzo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump pone uno stop agli aiuti militari all’Ucraina e da quel momento l’Unione europea si trova a dover sostenere lo sforzo bellico per sostenere Kiev senza poter contare sull’appoggio dell’altra sponda dell’Atlantico. Nel mese di luglio la Nato struttura il progetto “Purl” (Priority Ukraine Requirements List) per cui gli europei acquistano armi made in Usa per poi trasferirle all’Ucraina. Nel frattempo all’interno dell’Ue si consolida l’idea di usare gli asset russi congelati per sostenere l’Ucraina, un’ipotesi che si faceva strada già nel 2024. A novembre Trump rende noto un piano di pace in 28 punti che sembra penalizzare Kiev in quanto prevede la cessione di determinati territori e la riduzione dell’esercito ucraino. Successivamente i leader europei incontrano gli ucraini e gli americani a Ginevra e presentano una bozza alternativa. L’ultimo step lunedì a Berlino, il vertice tra i leader europei, i negoziatori Usa e Zelensky in cui viene strutturato un nuovo piano che mette al primo posto le garanzie di sicurezza e la discussione dei territori successiva. Mercoledì la presidente della Commissione europea ribadisce che l’Europa deve “imparare a difendersi”. Ci troviamo di fronte alla “realtà di un mondo che è diventato pericoloso e transnazionale. Un mondo di guerre, di predatori. Significa che noi europei dobbiamo difenderci e contare su noi stessi”, puntualizza la presidente Ursula von der Leyen aggiungendo: “Non possiamo permetterci di lasciare che le visioni del mondo degli altri ci definiscano. Nessuno di noi dovrebbe essere scioccato da ciò che gli altri dicono dell’Europa”.
A Bruxelles ha in pratica prevalso il cosiddetto piano B ipotizzato dall’Italia, un prestito europeo con garanzie nazionali, senza scongelare gli asset russi e coinvolgendo solo gli stati che sono interessati. Un “prestito” da 90 miliardi di euro per l’Ucraina è stata la conclusione raggiunta dal Consiglio europeo, per i prossimi due anni a tasso zero e garantiti dal Bilancio europeo. “Prestito” finanziato con debito comune.
“Sono soddisfatta dei risultati di questo Consiglio europeo nei quali ho portato le posizioni alle quali chiaramente ero obbligata dalla risoluzione parlamentare e dalla posizione che abbiamo portato in Parlamento, particolarmente su due temi che per noi erano importanti. Il primo era quello di garantire il necessario supporto all’Ucraina per i prossimi due anni, ma di farlo con una soluzione sostenibile sul piano giuridico e sul piano finanziario. E sono contenta che abbia prevalso il buon senso”, ha dichiarato la premier Giorgia Meloni al termine del vertice Ue a Bruxelles.
Al termine di oltre quattro ore di discussione è stata scelta la via meno rischiosa, accantonando l’ipotesi dell’uso immediato dei beni russi che rimarranno congelati ma non saranno svincolati. “L’Ucraina rimborserà questo prestito solo quando la Russia pagherà le riparazioni e l’Unione si riserva il diritto di utilizzare i beni immobilizzati per rimborsare questo prestito”, ha affermato il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa aggiungendo: “Abbiamo concordato di prorogare le nostre sanzioni contro la Russia. Il nostro obiettivo non è quello di prolungare la guerra. Infatti, le decisioni odierne sono un contributo fondamentale per raggiungere una pace giusta e duratura in Ucraina”. La Russia ha a sua volta avvertito: “Difenderemo i nostri interessi, soprattutto in tribunale” e per Putin “la rapina è fallita”.
In definitiva “abbiamo preso un impegno e lo abbiamo mantenuto”, dice Costa sintetizzando l’esito del summit Ue che ha deciso all’unanimità di fornire 90 miliardi di euro all’Ucraina per i prossimi due anni con un prestito garantito dal bilancio dell’Unione. Venticinque dei Ventisette hanno inoltre insistito sul fatto che l’esecutivo comunitario deve continuare a lavorare sul prestito di riparazione basato sui beni della Banca centrale russa immobilizzati nell’Ue. La presidente della Commissione Ue ha a sua volta sottolineato che “la Commissione aveva proposto due soluzioni, entrambe giuridicamente valide ed entrambe tecnicamente fattibili”.
Il cancelliere tedesco ha provato a dissimulare: “Lo diciamo molto chiaramente: se la Russia non paga le riparazioni, utilizzeremo – nel pieno rispetto del diritto internazionale – i beni russi immobilizzati per rimborsare il prestito”. Soddisfatto, invece, il premier belga Bart De Wever, che dall’inizio si era opposto all’idea di utilizzare gli asset russi, la maggior parte dei quali allocata nel suo Paese: “Se sai fare il tuo lavoro, e parli con le persone, si può arrivare a un accordo. Non c’è mai stato un dibattito se avessimo dovuto aiutare l’Ucraina, ma come. Se non avessimo raggiunto un accordo avremmo fallito. Gli asset russi verranno usati per riparare i danni causati da Mosca, nessuno in Europa vuole vedere questi soldi tornare in Russia. L’Europa ha vinto, ha vinto la stabilità finanziaria, è stato evitato il caos”. Per il presidente ucraino Zelensky “è un forte segnale al nemico” ma Merz ribadisce che “l’Europa ha dato una dimostrazione della propria sovranità”, mentre Macron ha sottolineato il problema delle relazioni con Mosca: “Nelle prossime settimane dovremo trovare modi e mezzi affinché gli europei, nella giusta organizzazione, possano riprendere un dialogo approfondito con la Russia in totale trasparenza”, ha ricordato il presidente francese che in questa fase non si è esposto chiaramente data la difficoltà della Francia a far passare all’Assemblea nazionale un’eventuale garanzia per il prestito.
Essenziali risultano le conclusioni dell’accordo stipulato a Bruxelles: “Il Consiglio europeo sottolinea l’importanza dei seguenti elementi in relazione al prestito da erogare all’Ucraina: a) rafforzamento delle industrie della difesa europee e ucraine; b) il mantenimento da parte dell’Ucraina dello Stato di diritto, compresa la lotta alla corruzione; c) il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di alcuni Stati membri e gli interessi di sicurezza e di difesa di tutti gli Stati membri”. Conclusioni che ribadiscono la non contrarietà al riarmo anzi la necessità di provvedere ad un irrobustimento del settore della difesa a livello europeo in questi tempi difficili.
La necessità di difendersi, di garantire la pace e la sicurezza, emerge anche dal discorso del Capo dello Stato in occasione della cerimonia per lo scambio di auguri di fine anno con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile. “Pace” in quanto “affermazione del diritto sulla forza delle armi. Pace come condizione di libertà e di sviluppo”, ha affermato il presidente della Repubblica ricordando le ceneri e le sofferenze che sono state spese per costruire per l’appunto la pace dopo la devastazione del secondo conflitto mondiale: “Un tempo in cui la pace fosse premessa e condizione per affermare nella libertà una nuova civiltà”. Una pace “che l’Europa ha costruito coltivando la relazione transatlantica”. Si tratta di un “patrimonio” che è “irreversibile”, in quanto “acquisito nei sentimenti e nelle coscienze dei popoli, e va tutelato e consolidato, in ogni maniera”. Uno “spazio dei diritti” e di “pari condizioni per tutti prescindendo dal sesso, dall’estrazione sociale, dalle convinzioni politiche, dal colore della pelle, dalla fede religiosa, liberi da razzismo e da risorgente antisemitismo”.
A proposito di difesa comune spendere per la difesa Ue è impopolare ma necessario. “La spesa per dotarsi di efficaci strumenti che garantiscano la sicurezza collettiva è sempre stata comprensibilmente poco popolare. Anche quando, come in questo caso, si perseguono finalità di tutela della sicurezza e della pace, nel quadro di una politica rispettosa del diritto internazionale. E tuttavia, poche volte come ora, è necessario. Anche per dare il nostro decisivo contributo alla realizzazione della difesa comune europea, strumento di deterrenza contro le guerre e, insieme, salvaguardia dello spazio condiviso di libertà e di benessere”. Il Capo dello Stato sottolinea inoltre che “sicurezza nazionale e sicurezza europea sono oggi indivisibili, qualunque sia la prospettiva con la quale affrontiamo il tema della protezione della libertà e dello sviluppo delle nostre società”.
In mattinata (19 dicembre) il presidente Mattarella aveva incontrato anche i militari del Covi (Comitato operativo di vertice interforze) per gli auguri di Natale ai contingenti militari italiani impegnati in contesti di operazioni internazionali.
Il presidente Mattarella non ha inoltre dimenticato di mettere in risalto il valore essenziale della liberaldemocrazia: rendere concreto il dialogo e armonizzare idee diverse o contrapposte. “È legittimo e necessario che ogni forza politica abbia la sua agenda, le sue priorità, una sua visione della realtà e delle dinamiche che la muovono. Ma oltre al confronto e alla fisiologica dialettica deve esserci anche la condivisione di alcuni obiettivi fondamentali su cui lavorare insieme per assicurare il bene dell’Italia”. Ammonimento sempre pertinente e in questi ultimi giorni di dicembre a maggior ragione date le divergenze (politiche) che ostacolano la chiusura della Legge di bilancio.
Afferma il Capo dello Stato: “Il pluralismo delle idee, la dialettica tra opinioni diverse, il confronto tra posizioni culturali anche molto distanti sono indispensabili alla democrazia. Ma quando le sbrigative categorie amico/nemico prevalgono sulla fatica di trovare risposte condivise nell’interesse collettivo, quando si producono fratture che dividono le nostre società si alimentano i germi della estraneità alla politica”.
Occorre riconoscere “il confine tra libertà e arbitrio”, prevenire il “detrimento del ruolo delle istituzioni che rappresentano i cittadini”. Il disorientamento che caratterizza l’attuale scenario, “la pretesa di rimuovere i limiti ai comportamenti individuali, unita alle potenzialità offerte dalle tecnologie, rischia di travolgere ordinamenti democratici e stato di diritto”, generando “inquietudine, incertezza, allarme”. In questo contesto la “mediazione della politica” si rivela essenziale, in quanto “senza la possibilità di composizione di interessi e tensioni divergenti le comunità si dividono. Le istituzioni si indeboliscono. Le democrazie inaridiscono. Le diseguaglianze crescono e viene smarrita persino l’idea di un destino comune”.
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