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La difficile vita online dei non digitali

La vita ormai si svolge in rete, volenti o nolenti. Per iscrivere un figlio a scuola serve lo SPID. Per accedere al fascicolo sanitario serve lo SPID. Per pagare una tassa, richiedere un documento, prenotare un appuntamento nella pubblica amministrazione, serve sempre lo stesso codice digitale. È la chiave di tutto, ma anche il nuovo lasciapassare della modernità. Chi non ce l’ha, o non sa usarlo, resta fuori.

Ci avevano detto che la digitalizzazione avrebbe semplificato la vita. In parte è vero. Ma la semplificazione, come spesso accade, ha un prezzo: l’esclusione di chi non riesce o non vuole adeguarsi. Il cittadino senza competenze digitali, l’anziano che non ha uno smartphone, chi vive in zone dove internet non arriva o chi semplicemente non si fida, oggi si trova tagliato fuori dai servizi fondamentali. Non è più una scelta, è una condanna silenziosa.

La vita offline, in Italia e in gran parte d’Europa, è diventata un lusso. Le file agli sportelli, i moduli cartacei, il contatto umano non sono più alternative ma eccezioni. Tutto è stato spostato su piattaforme digitali, gestite da sistemi che non conoscono pazienza né empatia. E la privacy, paradossalmente, non è più una difesa ma una barriera: per accedere ai diritti devi prima cedere i tuoi dati, identificarti, certificarti, dichiarare chi sei e come sei.

È la nuova forma di appartenenza: sei cittadino solo se sei connesso. L’anonimato, che una volta era una garanzia di libertà, è diventato un’anomalia. Il dissenso non si esprime più in piazza ma attraverso un modulo online, spesso con una spunta da confermare. Il paradosso è che più ci connettiamo, più diventiamo prevedibili. Ogni clic, ogni accesso, ogni documento scaricato lascia tracce che definiscono un profilo sempre più preciso di noi. Lo Stato, per funzionare meglio, deve conoscerci. Ma più ci conosce, più ci controlla.

E se qualcuno non volesse vivere online? È ancora possibile? Forse sì, ma a costo dell’invisibilità sociale. Chi non usa la rete non è più solo un cittadino riservato: è un cittadino sospetto, inefficiente, fuori tempo. Non può prenotare una visita, non può consultare i propri dati, non può partecipare pienamente alla vita civile. La libertà di restare offline non è vietata per legge, ma lo è nei fatti.

La tecnologia non ha colpe in sé. Il problema è politico, non informatico. Abbiamo confuso l’efficienza con il progresso e la velocità con la civiltà. Abbiamo consegnato la nostra autonomia alle piattaforme, pensando di guadagnare tempo. Ma non si guadagna tempo quando si perde libertà. Il cittadino digitale non ha più bisogno di fare la fila, ma deve fare clic. E ogni clic è un atto di fiducia, un piccolo voto di obbedienza.

Forse non torneremo più indietro. Forse la vita interamente online è ormai irreversibile. Ma potremmo almeno pretendere che chi resta ai margini non venga considerato un residuo del passato. Potremmo rivendicare il diritto di vivere senza password, senza notifiche, senza identità digitale obbligatoria. Potremmo difendere il diritto a un contatto umano, a uno sportello fisico, a un funzionario che ascolta e non a un portale che risponde “errore temporaneo, riprova più tardi”.

La società digitale ha eliminato le code, ma anche gli sguardi. Ci ha dato efficienza e tolto presenza. Eppure, in fondo, non serve essere tecnofobi per sentire che qualcosa non torna. Forse la vera domanda non è se possiamo ancora salvarci, ma se abbiamo davvero voglia di farlo. Perché un mondo che ti chiede di identificarti per esistere non è più una democrazia, è un registro. E dentro un registro, anche il nome più libero diventa solo un dato in più da archiviare.

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