Cronache dai Palazzi
Rallentamenti sulla Manovra arenata in commissione a Palazzo Madama dove l’esame degli emendamenti avrà inizio solo a partire dalla prossima settimana. Una legge di Bilancio di dimensioni ridotte, la più magra degli ultimi anni, di appena 18,7 miliardi.
Prima di tutto servono coperture solide e le opposizioni sono pronte a fare ostruzionismo, in primo luogo a proposito di federalismo fiscale e di conseguenza a proposito di sanità e istruzione, in sostanza per quanto riguarda i Lep, i cosiddetti “Livelli essenziali delle prestazioni”, fondamentali per rendere concreto per l’appunto il federalismo fiscale e nella pratica l’autonomia differenziata. I dem, nello specifico, chiedono di eliminare le norme sui Lep dalla legge di Bilancio in quanto “è inaccettabile che in maniera surrettizia si cerchi di aggirare la sentenza del 2024 della Corte Costituzionale” sull’autonomia differenziata che aveva bocciato la delega al governo per determinare i Lep, sottolineando che la loro definizione è compito del Parlamento”.
Al contrario l’esecutivo ha preso l’iniziativa di accorciare i tempi agendo attraverso la manovra e inserendo nel testo degli articoli (dal 123 al 128) che individuano i Lep in materia di sanità, assistenza e istruzione. I Lep, tra l’altro, rappresentano uno degli obiettivi del Pnrr. Nel frattempo, il ddl sui Lep presentato dal governo a ridosso della sentenza della Consulta è arenato in Senato. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, nonostante il parere contrastante delle opposizioni, ha confermato i provvedimenti sul federalismo fiscale all’interno della manovra in quanto “sono irrinunciabili” e il federalismo è un obiettivo del Pnrr. In pratica le opposizioni denunciano la mancanza di finanziamenti specifici per garantire per l’appunto lo stesso livello di assistenza e di istruzione universitaria in tutte le Regioni, e mettono in evidenza l’eventuale incostituzionalità di certe norme. A proposito di coperture il ministro Ciriani ha inoltre spiegato che l’accordo con le banche, che apporterebbe un contributo di circa 10,2 miliardi alla manovra triennale, è praticamente chiuso anche se la scrittura delle norme deve ancora essere completata.
Tra gli interventi più significativi della Manovra per il 2026 vi è l’abbassamento dell’aliquota Irpef dal 35 per cento al 33 per cento e la rottamazione Quinquies per cui contribuenti e imprese con debiti accumulati tra il primo gennaio 2000 e il 31 dicembre 2023 hanno una nuova possibilità per regolarizzare i conti. A proposito di affitti, invece, dovrebbe essere confermata la cedolare secca del 21% sulla prima casa ma l’affitto online di una seconda o terza casa sarebbe considerato una vera e propria attività di impresa.
Un secondo fronte aperto tra esecutivo e opposizioni riguarda il disegno di legge delega di revisione del Testo unico dell’edilizia che il governo dovrà attuare con decreti delegati entro 12 mesi, in materia di semplificazione e digitalizzazione, rafforzamento del silenzio-assenso per il rilascio dei titoli edilizi ed inoltre una sanatoria semplificata per gli abusi precedenti alla “legge ponte” sull’urbanistica del 1967, strutturando sanzioni commisurate all’entità della trasformazione edilizia o urbanistica, alla gravità della difformità e al valore delle opere realizzate. Le opposizioni lamentano sia un “ennesimo condono”. La maggioranza – in primo luogo i deputati della Lega – sottolinea al contrario che “non ci sarà nessun ‘assalto al territorio’” dato che “la riforma sulle difformità edilizie individua le fattispecie sanabili esclusivamente nei limiti di quanto già previsto con l’obiettivo di razionalizzare le procedure e chiudere pratiche ferme da decenni”. In definitiva l’esecutivo chiarisce che il primo obiettivo della riforma del Testo unico dell’edilizia del 2001 è prima di tutto “snellire le procedure, realizzare un riordino proprio per prevenire ambiguità e contenziosi”.
In definitiva “la manovra consente all’Italia di uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo già nel prossimo anno”, ha affermato la premier Meloni con il sostegno di un sostanziale calo dello spread che torna a quota 70 punti chiudendo in pratica un ciclo di volatilità economica iniziato nel 2011 quando il 9 novembre lo spread tra il Bpt decennale e il Bund tedesco raggiunse i 575 punti base, facendo sprofondare l’Italia in una situazione di default tecnico che portò anche alle dimissioni di Silvio Berlusconi il 16 novembre dello stesso anno. Subentrò così il governo Monti e nell’estate del 2012 risultò decisivo il whatever it takes di Mario Draghi, pronunciato a Londra come presidente della Banca centrale europea, annunciando: “Nell’ambito del proprio mandato, la Bce è pronta a fare qualsiasi cosa per salvare l’euro”. Da quel momento è iniziata la lenta discesa dello spread, il difficile e progressivo arrestarsi della speculazione.
“L’Italia oggi si distingue come un Paese governato con prudenza, mentre altre grandi economie faticano a prendere decisioni difficili”, afferma l’economista Mohamed El-Erian aggiungendo che “gli investitori stanno premiando la gestione delle politiche italiane e rivalutando il rischio nei tradizionali Paesi core”. La compressione dello spread e dei rendimenti assoluti produce un effetto benefico anche sulla spesa per interessi ampliando i margini di manovra fiscale. Secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio tassi più bassi garantirebbero un risparmio complessivo di circa 17,1 miliardi da qui al 2029, nello specifico 1,7 miliardi nel 2025 e 2,6 miliardi l’anno successivo. L’Istat, a sua volta, denuncia una perdita di potere d’acquisto di 8.8 da parte dei salari che risentono del peso dell’inflazione.
“È un traguardo che ci riempie di orgoglio per minore onere di debito che lasciamo alle future generazioni”, ha affermato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti confermando l’intenzione dell’attuale squadra dell’esecutivo di restituire all’Italia la credibilità necessaria per poter affrontare un quadro economico internazionale tra i più complessi degli ultimi anni. Del resto, la strada della prudenza e la tenuta dei conti pubblici sono due caratteristiche fondamentali del Mef attuale che mira prima di tutto alla sostenibilità finanziaria che dipende tra l’altro anche dalla capacità del Tesoro di mantenere conti solidi e in ordine, e in grado di reagire ad eventuali choc esterni.
L’ultimo fronte riguarda le armi e la difesa. “L’Europa ad un certo punto deve capire che se vuole essere grande deve essere capace di difendersi da sola e non può dipendere dagli altri”, ha affermato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni di fronte alle telecamere del tg La7 intervistata dal direttore Mentana. Al centro del dibattito il documento diffuso dagli Stati Uniti. “Quando si appalta la sicurezza a qualcun altro occorre sapere che c’è un prezzo da pagare”, ammonisce Meloni ribadendo che è necessario difendere i propri interessi ma occorre avere la forza per farlo. L’operazione ha ovviamente un “costo economico” che però “produce una libertà politica”. In questo contesto si inserisce il dibattito sulle forniture di difesa a Kiev che ha creato spaccature anche all’interno della maggioranza. “Deciderò quando saranno sul tavolo”, ha affermato il vicepremier Matteo Salvini a proposito della proroga al 2026 dell’invio di armi in Ucraina. “Ciascuno può dire ciò che vuole ma la posizione è quella indicata dal presidente del Consiglio che io condivido: prima della fine dell’anno si approverà il testo”, ha invece dichiarato l’altro vicepremier Antonio Tajani.
A proposito di Ucraina “la possibilità di inviare aiuti scade il 31 dicembre. Prima di quella data faremo altri Consigli dei ministri”, ha affermato la premier Meloni dal Bahrein dove ha partecipato al vertice del Consiglio di Cooperazione dei Paesi del Golfo. La premier precisa che il decreto che autorizza il governo ad inviare nuovi aiuti a Kiev “ci sarà: noi lavoriamo per la pace, ma finché ci sarà una guerra faremo quello che possiamo e abbiamo sempre fatto per aiutare l’Ucraina a difendersi. E questo non vuole dire lavorare contro la pace”, ammonisce Meloni. Nel contempo, tra le ultime decisioni del governo italiano vi è quella di sospendere l’adesione al programma Nato “Purl” (Prioritised Ukraine Requirements List) che prevede contributi finanziari da parte dei soci dell’Alleanza Atlantica per l’acquisto di armi made in Usa da inviare poi in Ucraina.
Un braccio di ferro che si auspica si plachi nei prossimi giorni, in particolare nel corso dei prossimi Cdm previsti per l’11 e il 22 dicembre anche se molto probabilmente si arriverà a fine anno, e quindi al Consiglio dei ministri del 29, dato che la Lega non intende mollare la bandiera del pacifismo. “Sogno il ritorno dei collegamenti aerei tra Italia e Mosca”, afferma Salvini. Il ministro degli Esteri forzista si dichiara invece favorevole anche all’uso dei fondi del Mes come “garanzia” per gli asset russi, da utilizzare in favore della difesa a Kiev. Il ministro Tajani, inoltre, presentando la sua “rivoluzione” nell’organizzazione della Farnesina, ha posto l’accento sulla guerra ibrida, preannunciando la strutturazione di una direzione generale per la cyber security a tutela delle ambasciate all’estero, in sintonia con il ministero della Difesa. “Il tema diventa sempre di più non solo difenderci dalle minacce con i metodi tradizionali, ma costruire meccanismi per prevenirle”, afferma il ministro della Difesa Crosetto riferendosi alla “pervasività” della guerra ibrida combattuta in particolare sul fronte della comunicazione con l’ausilio dei nuovi mezzi digitali e di intelligenza artificiale, con attacchi hacker, controinformazione e fake news, e molto altro ancora, nel momento presente e negli anni a venire.
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