Politica

Cronache dai Palazzi

Il nostro è un Paese che “invecchia” e “i giovani sono pochi”. Intervenendo agli Stati generali della Natalità il Capo dello Stato ha sottolineato la necessità di “condizioni adeguate di retribuzione e sviluppo dei servizi sociali” che “consentono orizzonti di vita nei quali è possibile orientare le proprie scelte verso la gioia di avere figli e non verso la rinuncia ad averne”.

Il cuore dell’intervento del Presidente Sergio Mattarella è l’articolo 31 della Costituzione: “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo”.

L’allarme lanciato dal Capo dello Stato è per un Paese che invecchiando “non si rigenera o la fa solo parzialmente” e in cui i giovani sono sempre di meno. La media di figli per donna in Italia è al minimo storico, 1.13 nei primi sette mesi dell’anno. Numeri così bassi di nascite l’Italia li ha registrati “solo dopo guerre devastanti e per aree specifiche”. Un quadro piuttosto critico che richiede di essere monitorato e a tale scopo la Fondazione per la Natalità ha istituito l’Agenzia per la Natalità in quanto sede “di confronto, studio e collaborazione” per portare il crollo demografico al centro del dibattito pubblico “dopo anni di proclami e appelli pubblici rivolti alle istituzioni”.

Penalizzando la natalità – una sorta di indicatore sul quale si testa la prospettiva di una nazione – “è la vita, è il futuro, che rischiano di venire toccati, ridimensionati” e, non a caso, il Capo dello Stato ricorda al governo che “il ruolo delle pubbliche istituzioni non è indifferente” e il calo delle nascite, in particolare nelle zone più impervie del Paese, “incide sui conti pubblici e sulla coesione”.

In uno Stato liberaldemocratico i temi legati al futuro del Paese, e quindi anche alla natalità, sono “espressione alta del dovere delle strutture pubbliche di porre i cittadini nella condizione di esprimere in piena libertà la loro vocazione alla genitorialità, nell’interesse del bene comune”. Per costruirsi un futuro, per l’appunto, e per non rinunciare “alla gioia di avere figli” sono necessarie “condizioni adeguate di retribuzione e sviluppo dei servizi sociali”. Precarietà, bassi redditi o redditi inadeguati, ,la difficoltà di trovare un alloggio o tanto più l’impossibilità di acquistare una casa in particolare nelle aree urbane, l’accesso complicato ai servizi che dovrebbero consentire di conciliare i tempi del lavoro con i ritmi familiari, sono tutte condizioni limitanti che limitano il futuro delle giovani generazioni e, nel tempo storico in cui viviamo, anche dei meno giovani di mezza età con figli più o meno piccoli, molto spesso in balìa di condizioni lavorative instabili, insicure, a tempo determinato.

Il futuro però non può essere a tempo determinato, altrimenti non si chiamerebbe futuro. Poter guardare con fiducia al futuro vuol dire avere la possibilità di fare progetti e di poterli anche realizzare. In quest’ottica non si può e non si deve cedere alla disperazione ma nemmeno affidarsi totalmente alla speranza, occorre di certo impegnarsi, fare le scelte giuste e avere i mezzi per metterle in pratica: “Non siamo condannati al declino, il futuro è nelle nostre mani”, afferma il Capo dello Stato aprendo la strada ad un futuro sempre possibile e auspicabile.

Intervenendo all’inaugurazione dell’Anno Accademico della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale il Capo dello Stato ha inoltre ricordato, con commozione, la pagella cucita dentro la fodera della giacca del ragazzo del Mali annegato nel Mar Mediterraneo, ormai dieci anni fa, a causa del naufragio di un vecchio peschereccio con a bordo migliaia di migranti provenienti dal continente africano. “Ogni volta mi chiedo chi sarebbe diventato, cosa abbiamo perduto con la sua morte e quella di tanti, tanti altri”, ha affermato il presidente Mattarella ricordando il ragazzo quattordicenne scomparso in un modo così doloroso e sottolineando di conservare un disegno che ricorda quel ragazzo nel suo appartamento al Quirinale.

Giovani immigrati da accogliere e giovani connazionali che possano vivere in maniera dignitosa nel loro Paese. In una società giusta inclusione e coesione sono due valori fondamentali e inscindibili: “Una società consapevole che sa accogliere la vita, sa accogliere le persone”, sottolinea il Presidente Mattarella e si rivela “una società più forte”. Al contrario, in una società che non crea le possibilità, che si preclude il futuro, i giovani rischiano di “essere in costante ritardo” sulle tappe della vita: lavoro, famiglia, casa, genitorialità.

Una visione condivisa dal presidente dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, Gabriele Fava, che rimarca la necessaria presenza delle istituzioni in tempi così complessi sul fronte sociale ed economico: “Se una generazione arriva tardi sui propri traguardi, le istituzioni devono intervenire con tempi più rapidi e decisioni più efficaci. Anche perché i nostri dati mostrano che l’ingresso tardivo nel lavoro – e quindi nella vita – finisce per ricadere sull’intero sistema Paese”. Anche Fava ribadisce che “il declino non è destino, ma va affrontato con responsabilità. Bisogna costruire condizioni di stabilità, opportunità reali, tempi di vita più giusti”. In sostanza “la natalità non riparte con gli slogan, ma quando lo Stato genera fiducia”.

L’Inps, inoltre, con il “welfare generativo” ossia “un sistema che crea valore sociale ed economico in ogni fase della vita”, mira a valorizzare gli over 65 che rappresentano un potenziale. “In un Paese che invecchia, esperienza, reti sociali e capitale umano maturo sono asset strategici se il sistema li riconosce e li utilizza”. In questa prospettiva l’Istituto nazionale di previdenza “con la sua lettura del ciclo di vita, si propone come il motore naturale di questo cambio di paradigma”. L’Inps nel contempo non trascura i giovani: “Il nostro Portale Giovani è un punto di accesso unico per conoscere meglio tutele, contributi, scelte che incidono sul futuro”, spiega il presidente dell’Istituto. Il Portale Genitorialità, invece, “offrirà un percorso chiaro a chi decide di avere un figlio”.

Le cosiddette “ragioni economiche” non rappresentano per Fava l’assoluta ragione del problema. “La storia lo insegna: la natalità era più alta nei periodi più difficili”. Nel periodo attuale “non mancano solo le risorse: manca l’orizzonte. Se un Paese non crede nel futuro si affievolisce anche il desiderio di generarlo”. In sostanza occorre ripristinare un clima di forza e di resilienza, a partire dagli strumenti economici, un ambiente sociale sostenibile che sia in grado di favorire regimi produttivi migliori e più ampi, una più efficace sostenibilità contributiva e non per ultima una progettualità di vita che possa essere solida ed avere degli sviluppi concreti, sia per ciò che concerne il lavoro sia per quanto riguarda la genitorialità in quanto “scelta possibile” più che “un rischio”.

Un mercato del lavoro più efficace e di qualità comporta inoltre un aumento dell’occupazione femminile e un incremento della partecipazione dei più giovani o relativamente giovani, oltreché, in definitiva, una maggiore flessibilità dei meccanismi di impiego o di reinserimento dopo periodi di inattività. Nel nostro Paese che “invecchia” la vera questione “non è quanti saremo, ma come lavoreremo, con quali salari, continuità, produttività”, considerando inoltre che un mercato del lavoro più stabile ed efficiente comporta anche un rafforzamento della base contributiva in grado di reggere in un Paese a basso indice demografico. Al contrario una crescita bassa accompagnata da carriere discontinue genera “carriere contributive più povere e più pressione sul sistema”. In definitiva il tema demografico non è un mero problema di dati statistici ma una questione di politica economica. “La struttura, l’equilibrio demografico di un Paese riflettono il progetto di vita che lo connota. Sono l’immagine della libertà dei suoi cittadini nel definirne il futuro”, afferma il presidente Mattarella.

Su un altro fronte è stop alla legge sul consenso nel caso di violenze sessuali, data la delicatezza della materia va fatto ordine per evitare i rischi di regole confuse. Le cose “vanno fatte per bene, non di corsa o peggio solo perché ci sarebbe sotto un inesistente scambio, che mai ho fatto in politica”, ha ammonito la premier Meloni scardinando eventuali critiche al lavoro di squadra dell’esecutivo e rispondendo agli attacchi dell’opposizione. Uno stop non gradito per l’appunto dai partiti di opposizione che denunciano eventuali incomprensioni all’interno della maggioranza, sollevate in primo luogo dall’ala leghista. Dopo il via libera celere e all’unanimità di Montecitorio la scorsa settimana il disegno di legge sul consenso, presentato come un emendamento bipartisan di modifica dell’articolo 609-bis del codice penale, si è arenato in commissione Giustizia a Palazzo Madama a causa di un parere controverso della Lega, contraddicendo le aspettative. “È importante farla bene, perché non diventi un’arma di chi si vuole vendicare”, ha ribadito il vicepremier Salvini.

Il testo alla Camera era passato all’unanimità ma “ci sono due Camere. È stata rilevata dai rappresentanti del centrodestra l’esigenza di migliorare il testo. Ho accolto la richiesta perché il testo presenta ottimi spunti, ma merita un approfondimento”, ha spiegato l’avvocato penalista Giulia Bongiorno (Lega) presidente della commissione Giustizia del Senato. Bongiorno ha inoltre confermato la linea condivisa all’interno della maggioranza: “Siamo tutti d’accordo che chi non ha consentito a un atto sessuale è la vittima e va tutelata. Vogliamo valorizzare il consenso della donna”. Sul tavolo la diversificazione delle pene, che potrebbe comportare “una cascata di aggravanti”, e la necessità di “sradicare” una “mentalità” per cui “il consenso è considerato irrilevante” e a causa della quale si moltiplicano gli episodi di violenza.

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