Emiliano Pintori e il suo podcast al JazzBO
Pianista, organista hammond, didatta e divulgatore musicale è attivo professionalmente da più di venticinque anni. Cresciuto musicalmente nella sua città, ha approfondito il linguaggio jazzistico grazie a ripetuti soggiorni a New York e partecipando a workshop quali Siena Jazz (1999) e masterclass con Barry Harris (2000, 2006, 2007) George Cables, Harold Mabern e Aaron Parks. Attualmente è titolare della cattedra di Pianoforte Jazz presso il Conservatorio A. Vivaldi di Alessandria dove insegna anche Storia del Jazz e Storia della popular music. Inoltre, tiene un corso di Storia del Jazz delle musiche improvvisate e audio tattili presso il conservatorio di musica Maderna-Lettimi di Cesena-Rimini. Ha insegnato in precedenza nei conservatori A. Boito di Parma, F.A. Bonporti di Trento e G.B. Martini di Bologna. Tutto questo ed altro è Emiliano Pintori (Bologna, 1979) che abbiamo intervistato.
Emiliano, com’è nata l’idea di realizzare una serie di podcast legata al Bologna Jazz Festival?
Tutto nasce da un progetto che ho ideato una decina di anni fa e che continua ad andare avanti, vale a dire il ciclo di lezioni-concerto Jazz Insights che tengo presso il Museo della Musica di Bologna e regolarmente inserite nel programma del Bologna Jazz Festival. Considerato l’interesse del pubblico, già in passato era stata valutata l’idea di tradurre questi incontri nel formato del podcast. L’occasione è finalmente arrivata quest’anno, sono stato contattato da Vanni Masala e Antonio de Vita del Jazz Festival che mi hanno proposto di realizzare un ciclo di otto episodi a cadenza mensile, legato anche a Bologna e al suo rapporto storico con il jazz.
Da dove è partita la necessità di raccontare il jazz in questo formato, così diverso dal concerto dal vivo? I podcast saranno solo sul jazz o toccherai anche altri generi?
Come detto, possiamo dire che siano una traduzione di quello che già faccio da anni con le mie lezioni-concerto. Il podcast ha però un linguaggio differente e i testi sono completamente riscritti rispetto agli incontri dal vivo. Direi che la necessità consista nell’idea di sfruttare un canale nuovo per arrivare a un pubblico differente e più ampio, per il Jazz Festival significa arricchire ulteriormente la sua già numerosa serie di proposte alternative ai concerti (penso alle attività didattiche, proiezioni cinematografiche, presentazione di libri). Si è deciso insieme di utilizzare in gran parte il materiale registrato durante i miei incontri al Museo, ed è un aspetto molto importante che differenzia questo podcast da altri: la musica è registrata dal vivo e non viene utilizzata musica di repertorio. Per quanto riguarda la seconda domanda, ogni anno propongo all’interno di miei incontri una monografia di un artista non strettamente connesso all’ambito jazzistico (per quanto soprattutto oggi sia difficile delimitare dei confini) ma che provenga dal mondo afroamericano o direttamente influenzato dal linguaggio jazzistico. La prima puntata del podcast è dedicata a Nina Simone che è un’artista emblematica per la capacità di abbattere certi confini di genere musicale o, se si preferisce, essere ponte tra ambiti musicali apparentemente distanti.
Chi ha collaborato con te nella progettazione e nella realizzazione dei podcast?
Ho un costante confronto con Vanni Masala che ha una lunga esperienza giornalistica e da tanto tempo scrive di jazz sia come cronista sia come ricercatore. Per la realizzazione e il montaggio audio è intervenuto Giulio Venturi, che è il più giovane del gruppo e quindi ha anche un occhio più attento alle nuove tendenze. Walter Rovere, curatore di eventi musicali e studioso in grado di spaziare dalla popular music alla musica di ricerca contemporanea, si occupa della messa in onda del podcast su varie piattaforme (Spotify, Mixcloud, Apple Music, YouTube Music). Poi non posso dimenticare che l’illustrazione che accompagna il podcast è un’opera del grande fumettista Filippo Scòzzari.
Quali temi o storie avete scelto di esplorare nei vari episodi?
Ancora non posso illustrare il programma, ma una attenzione sarà rivolta ad artisti che hanno avuto direttamente a che fare con la nostra città, non per campanilismo, ma tutt’altro. Penso infatti che sinonimo di provincialismo sia anche quello di avere una posizione remissiva e non osservare la centralità che Bologna ha rivestito e riveste nella diffusione del Jazz in questo paese e in generale anche in ambito europeo. Poi naturalmente la scelta dei temi è legata al potenziale narrativo che alcune vicende hanno rispetto ma anche alla qualità della performance musicale registrata (comunque sempre di buon livello perché ho la fortuna di essere sempre accompagnato da ottimi ospiti).
C’è un filo conduttore che unisce le puntate, un’idea di fondo che guida il racconto?
Direi probabilmente che è riscontrabile una certa coerenza stilistica più che tematica.
In che modo il podcast dialoga con il programma “live” del Festival?
Il podcast è stato presentato in varie sedi e ne parlerò sicuramente durante il ciclo Jazz Insights di quest’anno al Museo della Musica. Non è detto poi che uno degli incontri previsti proprio quest’anno non venga utilizzato per una prossima puntata (e quindi il podcast potrebbe diventare in futuro uno strumento in più per chi si è perso uno degli incontri ma avrebbe voluto partecipare, oppure per chi invece ha partecipato e apprezzerebbe “ripassarlo” con un altro formato). Se il progetto andrà avanti in futuro sarebbe comunque molto interessante riuscire ad aumentare il livello di interazione con la programmazione del festival.
A chi pensate di rivolgervi: agli appassionati di jazz o anche a un pubblico più curioso e generalista?
Ottima domanda perché è quella che guida la scrittura dei testi (come ogni testo ovviamente). La mia ambizione, non so se mi riuscirà sempre, è quella di poter comunicare su più livelli. Quindi mi rivolgo a curiosi, appassionati senza nessuna competenza specifica, ma al tempo stesso inserisco anche elementi di approfondimento che possano interessare anche agli addetti ai lavori. Sono un consumatore di divulgazione: così come apprezzo quella ben fatta, detesto quella fatta male. Per quanto riguarda il jazz, anche oggi, se si esclude la lettura di giornali specialistici, sulla stampa generalista capita ancora di leggere articoli colmi di stereotipi e luoghi comuni. Quindi il desiderio è quello di poter essere comprensibile a tutti, riuscire ad essere leggeri ma senza semplificare o cadere nell’aneddotica più scontata.
Il jazz ha un linguaggio fortemente legato al suono e all’improvvisazione: come si traduce questa dimensione in un prodotto narrativo come il podcast?
La musica che si ascolta nel podcast è, come detto, tratta dai live al Museo della musica, registrazioni effettuate con l’unico scopo di entrare in un archivio, senza pensare che poi un giorno sarebbero state pubblicate. Si tratta quindi di performance oneste, con le sbavature ma anche l’autenticità dei live, e credo siano un buon materiale. Poi ovviamente il jazz è una musica che va sperimentata dal vivo nei club, a teatro o in altri luoghi adatti ad un ascolto attento, condiviso e partecipato, ma magari un podcast può essere un supporto in più per imparare ad apprezzare meglio alcuni aspetti, per incuriosirsi e iniziare ad approfondire.
Hai scelto un tono più divulgativo o più immersivo, “da dentro” la musica?
Nei comunicati del mio progetto Jazz Insights ho utilizzato spesso la formula del racconto “da dentro”, questo perché, se da una parte mi occupo da anni di storia del jazz, insegnandola anche nei conservatori, dall’altra rimango principalmente attivo come musicista. Ho imparato molto leggendo testi storici e analitici sul jazz, ma alcuni aspetti più profondi li ho capiti solo nella pratica e stando a contatto con altri musicisti. Non credo che divulgativo o immersivo siano necessariamente in contrapposizione, bisogna cercare di arrivare a tutti poi qualcuno, se vuole, si immergerà.
Nel primo splendido episodio su Nina Simone, si va oltre la sola musica, ma si toccano anche temi culturali e sociali, dal razziale ai maltrattamenti delle donne, vuoi andare oltre la sola musica con questi podcast?
Grazie del riscontro. La vicenda di Nina Simone si presta molto a una narrazione che tocca tematiche sociali e culturali più ampie: Nina è stata in grado di mostrarsi lontana dagli stereotipi di genere, ha avuto un impegno visibile e diretto nelle lotte per i diritti civili, è stata una voce unica ed esemplare della condizione femminile afroamericana. In altri casi ci sono musicisti che hanno avuto un’esistenza meno turbolenta e militante, ma sono stati grandissimi artisti. Ogni personaggio scelto quindi comporta un diverso taglio narrativo, ma sicuramente è certo che la musica accade nella società, dialoga con essa, con i suoi sistemi culturali, di potere e di comunicazione, quindi è un fenomeno che va sempre inserito in un contesto più ampio. D’altra parte, però la musica abita anche un territorio a sé, è per sua natura ineffabile e trasversale e ama spesso fuggire dove gli pare.
Bologna ha una lunga tradizione jazzistica. Quanto questa identità locale entra nel racconto dei podcast?
Il titolo del podcast richiama anche un festival jazz di grande impatto per i musicisti della nostra città, JazBo, con una z sola, che si svolse nel 1989 e nel 1990. Un festival che ebbe come direttore artistico anche Max Roach. Quindi quella che chiamiamo identità locale non mi interessa se non nella misura in cui Bologna è stata in alcuni momenti, senza smarrire le sue peculiarità, un vero centro culturale internazionale, facendo diventare il jazz un elemento immancabile del suo stesso tessuto sociale. Difficile se non impossibile immaginare una Bologna senza Jazz.
Ci sono luoghi, personaggi o momenti della storia del jazz bolognese che emergono in modo speciale?
Sicuramente i grandi Festival Jazz degli anni Sessanta hanno fatto diventare Bologna una tappa obbligata per molti giganti di questa musica. Ho conosciuto bene Alberto Alberti quando muovevo i primi passi al Chet Baker Jazz Club, ed è inevitabile che la sua figura talvolta emerga (come quella di Cicci Foresti che invece non ho mai conosciuto personalmente). Steve Grossman ha vissuto qui per molti anni, Cedar Walton era una presenza fissa. Non posso dimenticare i racconti da romanzo picaresco di Jimmy Villotti. Ma si potrebbero fare molti altri nomi, tra chi la musica l’ha suonata e chi l’ha organizzata. L’importante è non cadere nel celebrativo, ma semplicemente prendere atto che Bologna ha una storia profondamente legata a questa musica e ai suoi protagonisti.
Come musicista e divulgatore, che cosa ti ha dato questa esperienza dal punto di vista creativo?
Molte cose, è stato stimolante e mi ha divertito pur non essendo un lavoro facile. Come divulgatore realizzare un podcast significa lavorare su un ritmo ben diverso dagli incontri che faccio abitualmente. Nei miei incontri dal vivo uso molte immagini per accompagnare la narrazione, in questo caso non avendo questo supporto ho cercato talvolta di utilizzare un linguaggio che evocasse immagini. Affrontare questo formato costringe ad essere più sintetici ed efficaci, che è sempre un buon esercizio. Dal punto di vista musicale invece, dovendo montare materiale precedente, ho provato ad inserirlo in un flusso narrativo, come una colonna sonora, osservandone aspetti che non avrei valutato inizialmente.
Qual è stato il momento più sorprendente o emozionante durante la realizzazione della serie?
Non userei le parole sorprendente o emozionante, ma appunto divertente. È stato istruttivo sperimentarmi in un contesto per me nuovo. Poi c’è il piacere di sentire il prodotto finito, sono tendenzialmente molto autocritico in tutto ciò che faccio, ma è motivante ricevere buoni riscontri.
Pensi che il podcast possa diventare una parte stabile della proposta culturale del Festival nei prossimi anni?
Lo spero, di idee ce ne sono tante e ho la fortuna di collaborare con persone competenti e appassionate.
Hai già in mente nuovi progetti legati alla narrazione del jazz o al suo intreccio con altri linguaggi?
I due progetti che seguo per ora sono sufficienti, se non altro perché mi impegnano tantissimo, in particolare in questo periodo, però ho già idee per sperimentare altre forme narrative, vedremo.
Se dovessi invitare qualcuno ad ascoltare il podcast, come lo presenteresti in poche parole?
Henry Matisse diceva che il jazz è ritmo e significato. JazzBo è un podcast sul jazz fatto da un jazzista: c’è ritmo, significato, improvvisazione e gusto per le citazioni. E ovviamente molta musica. Un Podcast Jazz.
E, infine, quale brano jazz sceglieresti per accompagnare questa intervista?
Blues in Orbit, Duke Ellington.
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