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Capitalismo algoritmico

In poco più di mezzo secolo, è cambiato tutto. Le aziende che oggi governano il mondo non sono nate nei palazzi del potere o nelle banche di New York, ma in garage polverosi, dormitori universitari, uffici improvvisati. Microsoft, Apple, Google, Amazon, Meta: nomi che negli anni Settanta e Ottanta non significavano nulla oggi valgono più del PIL di intere nazioni. Non vendono petrolio né acciaio, non costruiscono ponti né automobili, ma hanno edificato un impero invisibile, fondato sui dati, sugli algoritmi e su una promessa: rendere la vita più semplice.

Il loro successo è stato rapidissimo, quasi brutale. Hanno creato mercati che non esistevano e, nel farlo, ne hanno distrutti altri. La tecnologia non ha chiesto permesso: è entrata nelle nostre case, nei nostri telefoni, nelle nostre abitudini, e in pochi anni ha cambiato la nostra idea stessa di tempo e di distanza. Non ci ha solo insegnato a comunicare, ma anche a dipendere.

Chi non ha capito il cambiamento è stato travolto. Blockbuster è l’esempio che più di ogni altro racconta la parabola dell’illusione. All’inizio degli anni Duemila aveva negozi in tutto il mondo e sembrava inattaccabile. Poi arrivò Netflix, un’idea che pareva folle: niente cassette, niente DVD, solo film in streaming, un concetto ancora fragile in un’epoca di connessioni lente. Blockbuster rise, rifiutò di acquistare la piccola startup e restò ferma, convinta che il futuro sarebbe stato una copia del presente. Dieci anni dopo, Netflix valeva miliardi e Blockbuster era un ricordo.

È la storia di chi non sa ascoltare il tempo che cambia. Kodak inventò la macchina fotografica digitale ma non ebbe il coraggio di rinunciare alla pellicola. Nokia costruì i telefoni migliori del mondo ma non capì che il telefono stava diventando un computer. Yahoo fu il portale più potente del web, eppure non colse il valore dei motori di ricerca. MySpace inventò il social network, ma non seppe trasformarlo in comunità.

Le Big Tech non hanno semplicemente innovato: hanno riscritto le regole. Hanno unito informatica, finanza e comunicazione in un unico sistema e hanno trasformato l’informazione in ricchezza. Dove una volta si scavavano miniere per cercare oro, oggi si scava nei dati per trovare valore. In questo passaggio è nata una nuova forma di potere, più silenziosa ma più profonda: quella che non conquista territori, ma le menti; che non impone tasse, ma raccoglie informazioni; che non controlla gli uomini con la forza, ma con la dipendenza.

Oggi, a mezzo secolo dalla nascita di Microsoft, non parliamo più di computer, ma di potere. Non più di imprese, ma di sistemi. I banchieri fiorentini finanziavano re e papi, le Compagnie delle Indie esploravano mari e continenti, le Big Tech esplorano noi. Hanno mappato desideri, abitudini, debolezze. Hanno reso il dato la nuova materia prima del mondo, l’algoritmo la nuova legge e la rete il nuovo territorio.

Forse, il problema non è la potenza delle macchine, ma la debolezza degli uomini. Abbiamo consegnato loro i nostri pensieri, le nostre foto, le nostre parole, chiedendo in cambio comodità e connessione. Non ci è stato imposto nulla: abbiamo firmato tutto da soli, cliccando su “accetta”. Le grandi compagnie non ci hanno conquistati, ci hanno sedotti. Ci hanno convinti che la libertà fosse poter scegliere un’app, che la conoscenza stesse in una barra di ricerca, che la memoria non servisse più perché tanto c’è il cloud. Così, mentre guardavamo lo schermo, abbiamo smesso di guardare il mondo. E quando ci siamo accorti che la tecnologia sapeva tutto di noi, abbiamo capito che eravamo noi a non sapere più nulla di lei.

Chi non si adeguerà a questo nuovo capitalismo – che non produce beni ma previsioni, non accumula merci ma informazioni – finirà come Blockbuster, con un archivio pieno di passato e nessuna idea di futuro. Perché la vera differenza, oggi come allora, è tutta lì: tra chi pensa che il mondo resterà com’è e chi capisce che è già cambiato.

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