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De Gaulle, mezzo secolo dopo

Il 9 novembre 1970 moriva Charles de Gaulle. Generale, statista, fondatore della Quinta Repubblica: figura monumentale e ingombrante, odiata e rispettata, capace di dividere e al tempo stesso di incarnare una nazione intera.

Oggi, a più di mezzo secolo dalla sua scomparsa, la domanda è inevitabile: che ne resta? La Quinta Repubblica, che lui modellò a sua immagine, sembra logorata. I presidenti che si sono succeduti hanno perso carisma, il rapporto tra popolo e istituzioni appare consumato. Dubito che de Gaulle ne sarebbe contento: la sua riforma nacque per dare stabilità e autorevolezza a una Francia frantumata, non per ridursi a un guscio vuoto.

De Gaulle era odiato perché autoritario, ma rispettato perché sapeva incarnare la Francia. Era capace di dire “no” agli americani, uscire dalla NATO, trattare con l’URSS senza complessi di inferiorità. Voleva un’Europa di nazioni sovrane, non una burocrazia di Bruxelles. Non credo sarebbe a suo agio nell’Unione europea di oggi: troppo compromissoria, troppo finanziaria, troppo poco politica.

Sì, de Gaulle non avrebbe esitato a reprimere i gilet gialli o i blocchi stradali. Non per disprezzo verso i disagi sociali, ma perché per lui lo Stato era prima di tutto ordine e dignità. Il potere non si mendica: si esercita. La sua Quinta Repubblica nasceva proprio per dare forza all’esecutivo contro le turbolenze di piazza e i veti incrociati.

Come si comporta un vero statista? Nel maggio francese del ’68 de Gaulle fu preso in contropiede dall’ondata di scioperi e occupazioni. Lasciò Parigi quasi in fuga, volò a Baden-Baden dal generale Massu per assicurarsi la fedeltà dell’esercito, e solo allora tornò a mostrare i muscoli. La sua rentrée fu memorabile: il 30 maggio parlò alla radio, sciolse l’Assemblea nazionale e convocò nuove elezioni. Il giorno stesso, sugli Champs-Élysées, una manifestazione oceanica di sostenitori mostrò che la Francia non era tutta nelle mani degli studenti. Fu la dimostrazione plastica del suo metodo: arretrare un passo per poi rientrare in scena con un colpo di teatro politico che ristabiliva l’ordine e riaffermava l’autorità dello Stato.

Ma che cosa significa oggi “gollismo”? È un termine che resiste più nella retorica che nella sostanza. Gollismo vuol dire sovranità nazionale, indipendenza strategica, rapporto diretto tra capo e popolo. Vuol dire saper dire “no” a Washington come a Mosca, e guardare all’Europa come a una confederazione di Stati sovrani, non come a un super-Stato senza radici.

Chi può dirsi erede di de Gaulle? In Francia, nessuno davvero. Pompidou fu il continuatore fedele, Mitterrand il rivale che dovette fare i conti con lui, Chirac ne imitò i gesti senza averne la statura. Sarkozy lo evocò con leggerezza da imbonitore. Macron ha tentato di indossarne i panni, ma l’ombra del Generale è troppo pesante. Tutti i presidenti francesi hanno dovuto misurarsi con il suo fantasma, e nessuno ha retto il paragone.

Chi è stato alla sua altezza? Forse nessuno. De Gaulle resta unico proprio perché non cercò consenso ma obbedienza, non volle piacere ma farsi rispettare. In un’Europa che naviga a vista, la sua figura inquieta perché ricorda che un tempo un uomo solo, con la sua voce roca e solenne, poteva incarnare una nazione intera.

E forse è per questo che oggi la Francia lo rimpiange e l’Europa lo teme: perché de Gaulle non avrebbe mai ceduto a compromessi, e non avrebbe mai permesso che la politica diventasse spettacolo. De Gaulle non avrebbe sopportato i blocchi ai caselli né le marce per il clima. Avrebbe represso, borbottato e poi imposto la sua linea. Ma l’avrebbe fatto con un discorso e una marcia solitaria sugli Champs-Élysées. E questo, volenti o nolenti, faceva la differenza tra un capo e un amministratore.

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