Il muro di Trump

Per ottocentomila funzionari e impiegati federali degli Stati Uniti, sui quattro milioni complessivi, queste feste sono abbastanza strane. Dal 22 dicembre, i Democratici nel Congresso hanno bloccato l’approvazione del bilancio, sospendendo quindi il finanziamento di una parte della spesa statale. Molti uffici sono stati chiusi e i dipendenti invitati a restare a casa. In certi casi è venuta a mancare la luce, o il riscaldamento, si sono spenti alberi di Natale e così via.  La ragione del blocco sta nella previsione di spesa di 5 miliardi di dollari per la costruzione del famoso muro tra USA e Messico. Trump ne aveva fatto un tema chiave della sua campagna elettorale, dichiarando che il costo lo avrebbe fatto pagare al Messico.

Una bravata senza senso, evidentemente. I Democratici si oppongono a questa misura e sono riusciti a bloccare il bilancio in Senato, dove i Repubblicani hanno la maggioranza con 51 seggi su 100, ma non hanno la maggioranza di due terzi necessaria. Non è prevedibile che la situazione cominci a sbloccarsi prima del 3 gennaio prossimo, quando si riuniranno le nuove Camere elette in autunno. Nella nuova composizione, peraltro, continuerà a mancare la maggioranza necessaria in Senato, mentre nel Congresso i Democratici avranno la maggioranza, per cui lo stallo prevedibilmente continuerà. Trump certamente non arretrerà, ha già twittato più volte che non cederà su una misura destinata a proteggere la sicurezza del Paese, e ha minacciato, in caso di mancata approvazione del Muro, la chiusura di tutti i punti di accesso agli Stati Uniti dal Messico. Dalla loro parte, i Democratici non hanno un margine molto ampio, visto che è difficile pensare di poter bloccare illimitatamente la spesa e quindi il funzionamento dello Stato, ma sono impegnati in una battaglia di immagine da cui pare difficile ritrarsi. Un compromesso pare comunque inevitabile, ma è difficile immaginare ora in che termini.

Trump ha altre ragioni di arrabbiarsi. La Federal Reserve ha annunciato un aumento del tasso, d’interesse, che può raffreddare l’economia, e lui si è scatenato contro il suo titolare, definendo la Riserva come “il vero problema dell’economia americana.” Altra ragione di furia: il Ministro della Difesa, il generale Mattis, non era d’accordo con la linea di Trump nei confronti degli Alleati e anche con la decisione di ritirarsi dalla Siria. Il Presidente aveva deciso di cacciarlo, ma Mattis, dignitosamente, se n’è andato prima.

È difficile dire quanto questi inconvenienti danneggino l’immagine di Trump nell’opinione pubblica, che è la sola cosa che in definitiva conta. Finora, il Presidente ha giocato, non senza un certo successo, attaccando un “establishment” che egli dichiara – e sa – essergli ostile. Va considerato che in buona parte dell’opinione profonda in America, questo ”establishment” – grandi Agenzie di Stato, grande finanza, grande stampa – è detestato. Certo è che si avvicina una fase preelettorale in vista delle Presidenziali del 2020 e la contesa tra destra trumpiana e moderati democratici non farà che radicalizzarsi. Il fatto è che, se non è ancora riuscito a elevare il sognato Muro ai confini sud, Trump è riuscito a erigere una vera barriera di incomunicabilità e di odio tra due parti del suo stesso Paese.

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