L’ascesa della Cina

Quarant’anni fa, nel 1978, Deng Xiaoping apriva la Cina all’economia di mercato. In quarant’anni, il balzo in avanti cinese è stato spettacoloso. Nel 1978, la maggior parte della popolazione viveva nelle campagne, sotto la soglia di povertà. Ora, la maggioranza vive nelle grandi città e centinaia di milioni di cinese hanno raggiunto un livello di vita che non ha nulla da invidiare all’Occidente. La Cina è diventata la grande fornitrice mondiale e il mercato più attraente per i prodotti occidentali. Il suo potere economico è ormai quasi illimitato, grazie al permanente saldo attivo del commercio con l’estero, che consente investimenti enormi in Occidente, in Asia, in Africa e in America Latina. È dubbio quanto tempo ancora potranno gli Stati Uniti e l’Unione Europea mantenere le posizioni di principali economie mondiali.

All’inizio, lo sviluppo cinese fu salutato con soddisfazione in Occidente: si pensava che il logico, naturale punto d’arrivo di un’economia di mercato stesse nella democratizzazione politica. Così non è stato. Mentre procedeva a ritmo frenetico al proprio sviluppo economico, la Cina è restata un paese autoritario, retto da una struttura di partito chiusa e occhiuta, che controlla ogni aspetto della vita dei suoi cittadini e non lascia nessuno spazio a libere scelte  popolari. Xi Jinping l’ha reso abbastanza chiaro nel suo più recente discorso: l’enorme sviluppo economico non è un fine in sé stesso, ma il mezzo per affermare la grandezza del paese, per piantare la bandiera del socialismo anche al di là delle frontiere.  Resta da vedere se si ha in mente un’estensione pacifica del dominio economico o vi sia qualche segreto e più ambizioso disegno.

Naturalmente, la Storia non è mai scritta e molte cose possono mutare il corso anche dei più curati disegni. Molto dipenderà dall’Occidente. L’Occidente? A volte è difficile immaginarlo come un tutto solidale e compatto. Dall’elezione di Trump in poi abbiamo assistito solo a incomprensioni e crisi interne. Uno dei due protagonisti, l’Europa, balbetta in preda ai suoi demoni. Non so se qualcuno, a Bruxelles o altrove, ha chiara coscienza di questo rinnovato e aggiornato “pericolo giallo” ma dubito che abbia la chiaroveggenza e la capacità di farvi fronte. Preferiamo immergerci nelle nostre dispute di pollaio, batterci in nome di un neo-sovranismo che tutto, nel mondo globale in cui viviamo, rende ridicolo. In un mondo di giganti, ci nascondiamo come struzzi nei nostri dolci sogni campanilistici.

Pochi governi e pochi “formatori di opinione” ripetono abbastanza  che, in questo mondo dominato da due o tre colossi, da soli saremmo canne al vento, aperti a tutte le speculazioni e velleità altrui. Eppure, basterebbe pensare seriamente al problema cinese per fare una serie di cose, impopolari ma necessarie, fuori moda ma sacrosante: rafforzare l’unità europea, rilanciare la NATO, ritrovare un dialogo serio tra Europa e Stati Uniti. E rivedere i rapporti con la Russia di Putin. Il quale è forse abbastanza lucido da capire il rischio cinese, ma non abbastanza da capire che è ora di riportare la potenza russa nell’ambito del mondo avanzato e civile.

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