Gilet gialli, volontà popolare o malessere populista?

Non è, dunque, solo l’Italia a vivere gravi tensioni sociali e politiche, riflesse anche a livello istituzionale in una forte contrapposizione tra la maggioranza al governo e Bruxelles. Da giorni, pure la Francia ha manifestato il proprio malessere, partendo, tuttavia, direttamente dal popolo, come – per tradizione – è abituata a fare. Cortei colorati di giallo via via più consistenti, blocchi stradali, scontri – sempre deprecabili – con la polizia in tenuta anti-sommossa, incendi, qualche vittima, un movimento in espansione orizzontale, virale, senza un freno. La risposta corale, l’adesione contagiosa alle proteste hanno fatto alzare l’asticella sulle aspettative iniziali. Che, velocemente, si stanno trasformando in obiettivi veri e propri.

E pensare che, da noi, la cosa era stata sdoganata come una ribellione al rincaro del carburante, una questione di accise sul diesel. Tutto questo caos per la minaccia di qualche centesimo in più al litro. Per un cittadino italiano, che – da anni – sostiene per la benzina un costo nettamente più elevato, gravato dalle famigerate accise “una tantum” (poi, rivelatesi “una tantum et per semper”), risalenti ai tempi di Scipione l’Africano, è quasi da non crederci. Come al solito, abbiamo visto la miccia e trascurato, forse volutamente, la bomba.

Le dinamiche insurrezionali assomigliano al tappo di una bottiglia di champagne che salta per la troppa pressione. Un disagio covato da tempo e mal digerito va in fermentazione e sviluppa gas che, prima o poi, esplodono. Artefice ne è la figura apicale di Stato, con provvedimenti presidenziali che tolgono ai poveri e favoriscono i ricchi, per giunta in un clima di crisi di lavoro e di portafogli vuoti, che fa scopa con il crollo dei consumi interni e il calo della produzione. Dentro di noi, noi italiani, albergava il dubbio che il traino europeo del tandem franco-tedesco non fosse integro e che i cugini d’Oltralpe non se la passassero proprio benissimo. La tassa sulla benzina, giustificata – secondo Macron – dalla necessità di transizione verso un nuovo e più ecosostenibile sistema energetico, è stata la goccia fatale e, al tempo, il casus belli.

Come in gran parte d’Europa, venti di sovranismo cominciano a soffiare forte al pari della bora a Trieste. Forse che la gente comune abbia cominciato ad avere in uggia la supponenza di chi, a pancia piena e nei salotti bene del potere bolla dispregiativamente il fenomeno come espressione di bieche derive populiste? In Francia, il vero obiettivo, al grido di “Macron dimission”, è proprio l’inquilino dell’Eliseo, perché colpendo lui – che ha tardivamente compreso la natura non estemporanea della rivolta – il messaggio arriva forte e chiaro anche all’Unione. Macron è visto dalla base popolare come un fedelissimo esponente dell’eurocrazia, un riciclo storico del giovane re troppo preso da splendori e lussi di corte e dall’ambizione di preservarli, per dedicarsi anche ai bisogni del popolo affamato. Macron è ormai al capolinea in tutti i sondaggi, nonostante la “retro En Marche!” del congelamento del prezzo della benzina per almeno un semestre se non per tutto il 2019. Troppo poco, replicano gli improvvisati portavoce dei gilet gialli: ora, vogliono la sua testa sul ceppo.

E, domani, sabato 8 dicembre, è prevista un’altra manifestazione a Parigi, allargata anche alla partecipazione di folti gruppi studenteschi. Come sovente accade, gli avversari politici cercheranno di soffiare sul fuoco e avocare a loro il coordinamento di un movimento privo di vere menti pensanti, riversato su strade e piazze per spontanea aggregazione e comune indignazione. La leader della destra francese, Marine Le Pen, si é già assisa sulla sponda del fiume.

In ogni caso, insieme a Macron, stanno traballando le ostinate politiche dell’establishment di Bruxelles a sostegno di un discutibile sistema economico finanziario neo-liberista e globalista, che alimenta elìte, caste di privilegiati e colossi bancari, a discapito sia di una classe media sensibilmente impoverita, prossima all’estinzione totale, che delle fasce sociali più deboli.

E’, sicuramente, inderogabile per tutti coloro che, come noi, credono nell’idea di Europa unita, che a Bruxelles sia presto avviata una nuova stagione di riforme. E un buon inizio sarebbe mettere da parte le Troike e riformulare le motivazioni di principio alla base dello stare insieme, con al centro la realizzazione di quel modello di cittadino dell’Unione presente nel progetto europeo originale.

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