Cronache dai Palazzi

L’Europa non è solo “regole e procedure” o “una semplice unione doganale”, tantomeno “una sorta di comitato d’affari”. Per il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l’Unione europea ha un’anima ed è “garanzia di poter esercitare la libertà in una cornice di sicurezza”. Purtroppo in questo frangente difficoltoso l’Europa viene molto spesso additata per i suoi continui richiami a proposito di regole di bilancio, di deficit e debito pubblico. Manca lo slancio ideale che ha contraddistinto la nascita dell’Unione e sono subentrate paura e sfiducia nei confronti di un’istituzione, seppur altissima e rispettabile, forse eccessivamente burocratizzata e, molto spesso, “lontana” dai cittadini, dalla loro realtà o necessità quotidiane.

Per il capo dello Stato l’Ue non è comunque “una fiera delle opportunità alla quale attingere secondo spicciole convenienze, senza né anima né scopo”. Una simile considerazione corrisponde ad “una linea di pensiero di corto respiro” seguendo la quale non si riesce a comprendere non solo il “momento di crisi” che stiamo vivendo, ma anche “ciò che è stato realizzato e viene oggi dato quasi per scontato, per acquisito una volta per sempre”.

È questo il cuore del discorso di Mattarella rivolto agli studenti dell’Università di Lund durante la sua visita in Svezia. Un discorso che si svolge mentre tra Bruxelles e Roma è in corso una battaglia per la manovra, per rivedere conti e provvedimenti, ed il governo italiano continua ad escludere eventuali correzioni o misure che facciano da contrafforti, quasi noncurante delle impennate dello spread.

L’intera Ue attraversa “una fase complessa” e “le sollecitazioni e le scosse che l’edificio comune deve assorbire sono intense”. Ma il presidente Mattarella ricorda come lo stesso Jean Monnet, fin dalla nascita dell’Europa unita, prefigurasse una strada in salita affermando che “il progredire della costruzione europea fosse legato alla sua capacità di superare le crisi”. Pertanto occorre sfruttare la crisi e trasformarla in un’opportunità di crescita. Tutto ciò però può diventare realtà solo se è una prospettiva comune, solo se insieme si percorre la strada verso l’unione che non è solo unione contabile ma è anche unione culturale, sociale, politica.

“La crisi economica ha caratterizzato il decennio scorso con pesanti riflessi sulle popolazioni – ha sottolineato Mattarella -. Ad essa si è sovrapposta un’ondata migratoria di dimensioni notevolissime, mentre, all’interno dell’Unione, il Regno Unito decideva di abbandonare il percorso di integrazione”.

Con le elezioni europee alle porte, maggio 2019, per il capo dello Stato “è dirimente un chiarimento sulla direzione di marcia che i popoli europei intendono percorrere”. Ed è proprio su questo punto che secondo Mattarella dovrebbe focalizzarsi la discussione dei 27 Paesi membri.

Occorre individuare una direzione di marcia comune e coinvolgere i giovani, che il presidente chiama la “generazione Erasmus”, che è poi la stessa “generazione dell’euro”. Altrimenti l’Unione, nel suo significato globale (non solo unione economica), non potrà mai concretizzarsi ed esprimere il proprio meglio.

“Bisogna essere coscienti che, nella storia, i passi indietro sono possibili”, quindi, non dimenticando “le lezioni delle mostruosità di un certo passato”, si deve favorire la produzione degli “anticorpi” necessari per non ripetere più certi errori.

L’intervento del presidente Mattarella dal Nord Europa è avvenuto mentre i Paesi nordici, guidati da Olanda e Austria, hanno riproposto la loro linea dura contro il governo gialloverde, di concerto con Bruxelles. “Poco sorprendente, ma molto deludente che l’Italia non abbia rivisto il suo piano di bilancio – ha affermato il ministro delle Finanze olandese Wopke Hoekstra -. Le finanze pubbliche italiane sono sbilanciate e i piani del governo non porteranno ad una robusta crescita economica. Questo bilancio è una violazione del Patto di stabilità e crescita”. Parole dure condivise dall’Austria: “Dobbiamo pretendere disciplina da Roma – ha dichiarato il ministro delle Finanze austriaco Hartwig Loeger -. Non è solo una questione italiana, ma europea”.

Tutti questi dubbi e queste critiche nei confronti della manovra italiana hanno nel frattempo fatto lievitare il costo degli interessi sull’enorme debito pubblico. Secondo Bankitalia il rischio è un aggravio di spesa di 5 miliardi nel 2019 e 9 miliardi nel 2020, e una tale situazione potrebbe sviluppare un effetto contagio all’interno dell’intera zona euro, con evidenti danni per le Finanze e gli istituti di credito dei vari Paesi.

Il nostro ministro dell’Economia Giovanni Tria ha prefigurato una consistente riduzione del debito (6% del Pil nell’arco di tre anni) ma per quanto riguarda il deficit non sembra si sia previsto il minimo richiesto da Bruxelles. Tutto ciò anche a causa delle posizioni ferme dei due vicepremier, Di Maio e Salvini, che non intendono arretrare “di un millimetro”, come ha dichiarato il leader leghista, convinto che alla fine il ministro Tria riesca a raggiungere un compromesso con la Commissione Ue.

Il ministro Tria persegue la politica delle “piccole aperture” per evitare lo scontro diretto che “non conviene a nessuno: né a loro né a noi”. Il problema che questa linea, fino ad ora, non ha prodotto grandi risultati, al contrario si è ampliato il fronte sovranista in Europa con le evidenti ritorsioni manifestate dai Paesi nordici e dall’Austria contro l’Italia.

Tra il 29 e il 30 novembre il testo della manovra è atteso a Montecitorio per il primo via libera. Una volta approvata dalla Camera de Deputati la manovra dovrà arrivare prima in commissione Bilancio a Palazzo Madama e poi nell’aula del Senato per la seconda lettura. L’ultimo giorno utile per approvare in via definitiva la legge di Bilancio è il 31 dicembre, cercando di rispettare la carta costituzionale che  prevede il pareggio di bilancio per l’Italia, in linea con quanto previsto dalle istituzioni europee. Ogni misura che in qualche modo incrementa il disavanzo dovrebbe essere compensata, le cosiddette “coperture”, mentre la nuova manovra sembra contenere 22 miliardi di nuova spesa, che per la maggior parte è spesa corrente, quasi tutta in deficit.

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