Brasile, cosa cambia?

La netta vittoria di Jair Bolsonaro alle elezioni presidenziali brasiliane non riguarda solo il grande paese sudamericano, ma l’America del Sud e il mondo nel suo insieme. Il Brasile, gigante continentale, è infatti ormai tra i primi dodici o tredici paesi del mondo e la sua influenza politica ed economica si estende ben al di là delle sue frontiere.

Durante tutta la sua campagna elettorale, come già nei tre decenni da deputato, Bolsonaro ha detto tutto l’indicibile. Ha insultato e disprezzato tutte le minoranze, donne, negri, omosessuali, immigrati (Trump e Salvini sono modelli di moderazione paragonati a lui). Non ha vinto malgrado questo, ma probabilmente proprio grazie a ciò. Per anni, decenni, la “maggioranza silenziosa” (in Brasile la borghesia media e alta, bianca) è stata sottoposta alle regole del “politicamente corretto”, accettando più o meno volentieri una tolleranza che, portata ai limiti estremi, ha prodotto disastri: insicurezza (in Brasile accadono più di 60.000 omicidi all’anno), diffusione e accettazione supina dell’immoralità,  oblio dei valori basici su cui si fondava la società di un grande paese cattolico.

Non è certo casuale che Bolsonaro abbia raccolto il massimo dei voti (in alcuni casi oltre al 90%) nelle grandi aree urbane, popolate da una borghesia che si vede assediata da tutti i lati. Ad aiutarlo, beninteso, è stata anche l’ondata di scandali che ha travolto i principali partiti, a cominciare dal Partito dei Lavoratori guidato da Lula da Silva (ora in prigione per corruzione) e da Dilma Roussef (rimossa dalla presidenza ad opera del Parlamento). Ma l’essenziale resta questo: la promessa di mano dura contro il crimine, di scarsa tolleranza verso le deviazioni morali, di ritorno ai valori tradizionali. Una specie di bagno di sincerità, bene accolto dopo decenni di ideologie permissive. Niente di strano: era già avvenuto negli Stati Uniti con l’elezione di Trump, sta accadendo in Europa con la vittoria delle destre nazionaliste, è accaduto da noi con l’affermazione crescente della Lega. La sinistra dovrebbe meditare sui propri incurabili errori ma, siamone certi, non lo farà.

Cosa cambierà in Brasile? Se Bolsonaro terrà fede alle promesse, farà una politica di dura repressione del crimine e della marginalità (per questo ha annunciato l’arrivo al governo di molti militari) ma anche di economia liberale e privatizzatrice (ha infatti nominato Ministro dell’Economia Pablo Guedes ,uno dei “Chicago boys” che avevano lavorato in Cile all’epoca di Pinochet). Renderà la vita dura alle minoranze, cercherà di negare la parità di genere. Non potrà naturalmente fare tutto quello che vuole, i Sindacati sono contro di lui, 45 milioni di persone (il 46% del totale) hanno votato per il candidato di sinistra, Haddad. Non ha maggioranza propria in Parlamento e dovrà mettere insieme una coalizione in cui entreranno tra gli altri il potente settore agro-zootecnico, la grande industria, la finanza e le ormai diffuse chiese e potrà avere l’appoggio di tutta la Chiesa; probabilmente il clero evangelico; il clero cattolico probabilmente si dividerà e non sarà certo Papa Francesco, amico delle forze populiste, a simpatizzare con un Presidente de estrema destra.

In America del Sud, il Brasile eserciterà opera di riallineamento sugli Stati Uniti  (e su Israele, che è uno dei punti di riferimento del Presidente neo-eletto, tanto che si anticipa che deciderà il trasferimento dell’Ambasciata brasiliana a Gerusalemme). Regimi conservatori, come quello attuale in Argentina, Cile, Colombia, Ecuador, eviteranno una identificazione troppo stretta con un regime giudicato fascista, ma certo non vi si opporranno, e crescerà la pressione sul Venezuela chavista.

Nel mondo, è prevedibile che si rallenti il vincolo che univa in passato i Governi di Lula e della Roussef alla Cina, che da tempo viene svolgendo una costante e attivissima politica di radicamento ed espansione in America Latina. Tutto questo, naturalmente, fa gioco all’inquilino della Casa Bianca, che ha trovato nel Continente un punto di appoggio prezioso e forse inatteso. I mercati intanto – come sempre attenti solo agli aspetti economici e indifferenti ai valori democratici – hanno reagito con favore alla scelta dell’elettorato brasiliano, facendo salire in poche ore di oltre il 3% il valore della Borsa di San Paolo. Se disincanto e disillusione verranno, poi si vedrà. Intanto nel cuore dell’America del Sud si è installato un uomo che non promette certo niente di buono per il futuro della tolleranza e della stessa democrazia.

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