La destra in Brasile

Il candidato arrivato in testa nelle elezioni presidenziali brasiliane, Jair Bolsonaro, è un ex-militare dichiaratamente di estrema destra. Le sue opinioni sono tipiche: elogia la dittatura, combatte gli omosessuali, è contrario alla parità dei sessi. In economia, statalista fino a qualche tempo fa, ha ora dato una virata verso un liberalismo spinto, assortito da un forte conservatorismo in materia sociale. Insomma, è un Trump in versione, se possibile, ancora più grottesca. E infatti i suoi riferimenti internazionali sono gli Stati Uniti dell’amministrazione attuale; non ha ancora scoperto i gruppi di destra europei, ma non gli ci vorrà molto ad averne l’appaluso.

Ma attenzione, non è folclore latinoamericano. Il Brasile è uno dei dieci più grandi paesi del mondo, il maggiore dell’America del Sud, ove esercita un’influenza considerevole. Se Bolsonaro sarà eletto, i rapporti di forza in quel continente subiranno un mutamento, in sintonia con quanto avvenuto con la vittoria di governi conservatori in Colombia, Argentina e Cile. Il Venezuela chavista sarà più isolato, e la pressione sul regime di Maduro si accentuerà. Ciò faciliterà senz’altro la politica americana nella Regione (non dimentichiamo che Lula flirtava con l’Iran e appoggiava Cuba).

Bolsonaro dovrà affrontare al ballottaggio, il 28 ottobre, il candidato del Partito dei Lavoratori, Fernando Haddad. Ha su di lui un distacco di 17 punti percentuali, che sarà difficile da invertire (e i mercati già celebrano con euforia la scontata vittoria della destra). Ma la partita non è ancora interamente giocata, perché una coalizione in chiave antifascista di quel 53% che non ha votato a destrai è, teoricamente, possibile anche se difficile..

Ma intanto, come ha potuto dare più del 46% dei voti a una candidato di estrema destra un Paese che per quattro volte aveva eletto la sinistra riformista di Lula e della Roussef e aveva conosciuto un periodo di crescita economica e soprattutto sociale? La spiegazione è abbastanza semplice: il sistema politico brasiliano è stato sconvolto da una gigantesca “Mani pulite”, condotta da un giudice di Curitiba, che ha svelato una trama di corruzione di una gravità ed estensione inimmaginabili, che non ha risparmiato nessuno dei partiti tradizionali e ha portato in carcere politici, alti funzionari, grandi imprenditori e alla fine lo stesso ex Presidente Lula, e travolto chi gli era succeduta, Dilma Roussef, destituita dal Parlamento. Bolsonaro ha puntato le sue carte sulla promessa di eliminare la corruzione, ma anche su un altro tema: la sicurezza. Il Brasile, soprattutto nelle grandi città, come San Paolo, è un paese tra i più pericolosi del mondo. La gente non ne può più. Bolsonaro promette di usare il pugno duro e per questo si propone di portare al governo militari come lui, abituati all’efficienza e alla disciplina

Insomma, un ritorno, in vesti democratiche, alle dittature militari di alcuni decenni fa. Continuerebbe dunque il ciclo democrazia-dittatura che ha afflitto nel secolo scorso l’America Latina e non solo. La lezione è però sempre la stessa e sempre inascoltata: il ricorso all’uomo forte, ai regimi sbrigativi e autoritari, è sempre (ripeto, sempre) conseguenza degli errori di una sinistra velleitaria e ideologizzata, che prende i suoi miti per verità assolute, non riesce a comprendere quelle che sono le vere e profonde preoccupazioni della gente in un dato momento del divenire umano. Di questo funesto errore abbiamo prove un po’ dappertutto. E ne paghiamo le conseguenze.

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