Africa e multilateralismo all’Assemblea ONU

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York è servita da vetrina ai leader del Continente Africano che hanno in questa occasione potuto esternare le loro ambizioni e le loro esigenze.

Più di una trentina di capi di Stato e di governo così come diversi alti funzionari hanno presenziato la 73° Assemblea Generale delle Nazioni Unite tenutasi da poco a New York. Sono passati 32 anni da quando l’Africa ha fatto irruzione nell’Agenda dell’ONU per iniziativa dell’ex Presidente senegalese Abdou Diouf. Negli anni successivi a questo intervento, il Continente ha conosciuto momenti di grandi cambiamenti e rivoluzioni, ma rimane in margine allo scacchiere politico mondiale. Gli anni ’80,’90 e 2000 hanno mostrato i limiti del multilateralismo in Africa attraverso sgretolamento del potere politico e degli scambi commerciali. Guardando più da vicino tutto fa pensare che l’azione internazionale si fermi laddove le vere questioni cominciano, e questo ai dirigenti africani non piace. Molti leader non vogliono più accontentarsi di  partecipare ad una tribuna o del un sostegno di alleati influenti per far valere le loro cause. Vogliono trovarsi in una posizione alla pari, una posizione di attori non di comparse. Tra i temi affrontati a New York troviamo la gestione degli interventi esterni, il ruolo de Caschi blu, il posto dell’Africa sullo scacchiere delle Nazioni Unite, l’impegno dei vari attori (Nazioni Unite, Unione Africana, Unione Europea) per la stabilità dell’Africa.

Il ruandese Paul Kagame, in qualità di Presidente dell’Unione Africana, è stato il primo ad intervenire sulla questione degli interventi esterni. Non è certo un argomento nuovo, ma il Presidente del Ruanda ha la capacità di portare i dibattiti che apre sulla strada del realismo. E non ha derogato da questa sua regola neanche questa volta, inviando dei chiari messaggi ai suoi pari africani e non solo a loro: “Quest’anno è stato contraddistinto da azioni di sicurezza regionale e di transizione politica che si sono svolte pacificamente. Consultazioni e leader più efficaci. Tutto questo ha ridotto la necessità di mediazioni esterne ed è così che le cose andrebbero sempre fatte”, sottolinea Kagame. Forte del recente riavvicinamento tra Etiopia ed Eritrea, in generale la pacificazione di tutto il Corno d’Africa, il capo di Stato ruandese pensa avere in mano esempi concreti di Stati e regioni che hanno superato quest’anno questioni di vitale importanza. Ma quanta strada si è dovuto percorrere… Kagame ha la sua spiegazione anche per questo: “L’Africa si è spesso mostrata per le sue divisioni e disfunzioni interne, circostanza che ha impedito al Continente di portare avanti i suoi interessi comuni. Abbiamo affidato ad altri la responsabilità del nostro futuro, non attraverso la forza, ma per difetto”, afferma. Le difficoltà attraversate dall’Africa si attestano soprattutto nello sfasamento tra l’onnipresente dipendenza nei confronti delle diverse istanze internazionali e l’indebolimento costante dei mezzi dei quali dispone per farsi sentire.

Ormai, per lui, l’Africa e il Mondo  devono lavorare a delle soluzioni pratiche e concrete per “prendere decisioni impellenti, armonizzare le iniziative che si sovrappongono ed assicurarsi che gli accordi vengano rispettati” su tutti i dossier che riguardano il Continente. E’ con questo stato d’animo, ha proseguito Paul Kagame,  che l’Unione Africana e le Nazioni Unite sono in procinto di aprire una nuova pagina nella cooperazione, con  “ solide fondamenta” che si trovano nelle missioni di sostegno alla pace autorizzate dall’Unione Africana. E’ in questo preciso campo che il Presidente ruandese intende far agire il multilateralismo, ma questa volta con un Africa leader nell’approccio e nella  messa in opera delle soluzioni per risolvere le grandi sfide mondiali. In effetti, non dobbiamo dimenticare che gli Stati Uniti, dall’arrivo di Donald Trump,  si sono svincolati da diverse iniziative appoggiate dalle Nazioni Unite. Lo scorso Giugno, Washington si è ritirata dal Consiglio per i Diritti Umani, poco prima di annunciare tagli nel bilancio riguardanti le operazioni di mantenimento della pace, e aiuti a Paesi che “si oppongono a decisioni importanti prese dagli Stati Uniti”, così come al Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (FNUAP). In questo contesto, il Presidente Kagame ritiene che la rappresentanza diplomatica dell’Unione Africana presso le Nazioni Unite debba oggi usufruire di un statuto e di un peso che equivalgano a quelli delle altre organizzazioni regionali maggiori. Nello stesso ordine di idee, il Presidente ha denunciato una governace mondiale “a due velocità” in virtù della quale “un piccolo numero di Stati detta le norme in base alle quali altri vengono giudicati”. E’ facendo fronte a questa ingiustizia che si è insinuata nel cuore di tutto il sistema delle Nazioni Unite che l’organizzazione sarà in grado di ridare luce alla sua legittimità, conclude Paul Kagame.

Il giorno dopo, martedì 25 Settembre, Joseph Kabila, Presidente della Repubblica Democratica del Congo, si è posizionato sulla stessa lunghezza d’onda denunciando quello che definisce come ingerenza internazionale, la presenza sul suo suolo della Monusco. “Venti anni dopo il dispiegamento delle forze delle Nazioni Unite nel mio Paese, e in virtù dei loro risultati molto modesti sul piano operativo, il mio Governo reitera la sua esigenza di vedere l’inizio effettivo e sostanziale del ritiro di questa forza multilaterale”, afferma il Presidente della RD del Congo che ha già più volte chiesto che le forze della Monusco si ritirino entro il 2020. Arrivata in RDC nel Giugno del 1999 con il nome di Monuco, e dal 2010 come Monusco, la presenza della Missione delle Nazioni Unite è stata spesso oggetto di polemica. Il suo mandato, che è stato rinnovato lo scorso 31 Marzo, ha previsto una riduzione degli effettivi. “La Repubblica Democratica del Congo, ancora bollata pochi anni fa come Stato fallito, mostra oggi ambizioni di crescita che non possono rimanere inascoltate visti i numerosi segnali incoraggianti in campo economico, securitario e politico”, ha detto Kabila riaffermando la sua volontà di indire elezioni generali entro la fine dell’anno, cosciente delle difficoltà e delle sfide enormi da affrontare.

Nella sua prima apparizione davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha proseguito l’arringa dei suoi pari. Per lui “in vista di migliorare la risposta alle sfide contemporanee, le istituzioni come le Nazioni Unite, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale o l’Organizzazione Mondiale per il Commercio devono essere riformate e rafforzate”, ha di fatto chiesto il Presidente.  E’ soprattutto vero per il Consiglio di Sicurezza, per il quale il Sudafrica sarà candidato a presiedere tra il 2019 e 2020. “La storia dell’economia  mondiale lo dimostra, sottolinea Cyril Ramaphosa: nessun Paese può prosperare durevolmente a detrimento degli altri. Bisogna quindi assumersi le proprie responsabilità collettive, l’Africa, che ha la popolazione più giovane del Mondo, può diventare la porssima frontiera della crescita mondiale”. Bellissimi propositi, rimane però da superare lo stadio di discorso e trovare i mezzi per mettere in pratica questa buona volontà in modo da pesare veramente sempre più nei negoziati mondiali.

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