Beata ignoranza (Film, 2017)

Massimiliano Bruno colpisce ancora e insiste nella sua attività di banalizzazione della realtà, di semplificazione del complesso, di frammentazione dei caratteri a livello di fumetti monodimensionali, di scrittura comica che fa rimpiangere la farsa senza pretese. Beata ignoranza segue il solco tracciato da Viva l’Italia, Confusi e felici, Gli ultimi saranno ultimi e da sceneggiature prive di spessore come Ex e Nessuno mi può giudicare che ben definiscono lo stile di Bruno.

Il nostro regista – scrive pure i suoi film e recita sempre un cameo alla Hitchcock – non può essere definito autore di commedie, perché la commedia è ben altro, si ispira alla vita, è realistica, a tratti sfocia nel dramma, risolve tutto nel comico ma parte dai nostri difetti per stigmatizzare problemi concreti. Non è neppure autore di farse senza pretese perché nei suoi lavori le pretese ci sarebbero – il film gode di contributi statali ed è considerato di interesse culturale (sic!) – pure se vengono sempre disattese da una costruzione narrativa elementare.

Beata ignoranza racconta la rivalità di Ernesto (Giallini) e Filippo (Gassman), due professori con personalità opposte. Il primo è un insegnante di italiano che crede nella cultura libresca e rifiuta la tecnologia, il secondo è un bel ragazzo che ha preso per caso la laurea in matematica e non vive senza un telefonino di ultima generazione. Non solo, i due sono stati molto amici in gioventù, li ha separati una donna che entrambi hanno amato e una figlia riconosciuta da Ernesto ma generata da Filippo. Il passato ritorna nelle vesti della figlia che vuol girare un documentario su di loro, dopo che una lite tra i due insegnanti è finita in rete ed è diventata virale. La ragazza decide di far interpretare a Ernesto e Filippo ruoli opposti rispetto ai caratteri per spiegare la dipendenza da Internet e la forza di volontà. Va da sé che i due si metteranno in discussione ed entrambi vedranno crollare tante certezze. Finale circolare, a sorpresa, che non riveliamo. Citazioni interessanti: La pretora di Fulci (scorre sul televisore durante una sequenza), Speriamo che sia femmina di Monicelli, ma anche Novecento di Bertolucci (e Il quarto stato di Pellizza da Volpedo). Soluzioni narrative originali: gli attori che si rivolgono al pubblico per raccontare in flashback episodi del passato; Giallini che parla con la tomba della moglie che risponde con l’immagine in movimento, come accadeva nel cinema farsesco degli anni Settanta (vedere molte pellicole interpretate da Banfi e Buzzanca).

Beata ignoranza parte da una buona idea ma la spreca con una sceneggiatura risibile, piena zeppa di incongruenze e di elementi irreali, banalizza un tema importante come la dipendenza dai social, riduce ai minimi termini la crisi dell’istituzione familiare e tutte le sue conseguenze, cosparge il tessuto narrativo di una serie di personaggi caricaturali e monodimensionali che non riescono né a far sorridere né a far pensare. In questo niente narrativo – fotografato in modo anonimo e girato con stile televisivo – sprofonda anche la recitazione degli attori, davvero ai minimi termini, impegnati come sono a recitare battute e dialoghi troppo assurdi per essere veri. Il più in difficoltà pare Giallini, alle prese con un personaggio che ha la stessa profondità di una caricatura di Jacovitti, ma non è da meno Gassman nella banalizzazione del professore patito dei social. Qualche battuta diverte, poche sequenze strappano il sorriso, ma la parola che meglio definisce il film è imbarazzo, oltre alla difficoltà tecnica di inquadrarlo in un genere che – con un neologismo inventato sul momento – definirei commedia televisiva caricaturale. Colonna sonora quasi fastidiosa che si conclude degnamente con un brano musicale come Abbi cura di te cantato da Maldestro (di nome e di fatto) che scorre sui titoli di coda.

«Questo di tanta speme oggi ci resta», direbbe il poeta. Questo è il cinema comico italiano. Il bello è che non ce ne rendiamo conto. Beata ignoranza è stato candidato ai Nastri d’Argento, categorie Miglior Soggetto e Migliori Attori Protagonisti. Non solo, pure al Globo d’Oro come Miglior Commedia. Per fortuna non ha vinto. Beata ignoranza, verrebbe da commentare.

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Regia: Massimiliano Bruno. Soggetto e Sceneggiatura: Massimiliano Bruno, Herbert Simone Paragnani, Gianni Corsi. Fotografia: Alessandro Pesci. Montaggio: Consuelo Catucci. Scenografia: Sonia Peng. Costumi: Alberto Moretti. Suono: Dino Raini. Musica: Maurizio Filardo, Maldestro (Abbi cura di te, sigla finale). Produttori: Fulvio e Federica Lucisano. Case di Produzione: IIF – Italian International Film, RAI Cinema, Mibact e Banca Popolare di Sondrio (contributo). Distribuzione: 01 Distribution. Durata: 102’. Genere: Commedia. Interpreti: Marco Giallini (Ernesto), Alessandro Gassman (Filippo), Valeria Bilello (Margherita), Carolina Crescentini (Marianna), Teresa Romagnoli (Nina), Giuseppe Ragone (Gianluca), Malvina Ruggiano (Costanza), Emanuela Fanelli (Iris), Luca Angeletti (Nazi), Pietro De Silva (Ulderico), Guglielmo Poggi (Binetti), Luciano Scarpa (Mayer), Gabriele Berti (Attanasio), Teodoro Giambanco (Lorenzo), Riccardo D’Alessandro (Semprini), Susy Laude (Sig.ra Zaccarelli).

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[NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”]

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