Gruppo di famiglia in un interno (Film, 1974)

La trama di Gruppo di famiglia in un interno – penultimo film di Luchino Visconti – si riassume in poche righe e non è certo la cosa più importante. Un maturo professore statunitense (Lancaster) decide di isolarsi dal mondo nella sua casa romana, ereditata dalla madre italiana, dedicandosi ai libri, alla musica classica e alla sua collezione di dipinti. A un certo punto il monotono incedere della sua vita viene turbato, persino sconvolto, dalla comparsa della ricca quanto volgare marchesa Bianca Brumonti (Mangano), che convince il professore ad affittare l’appartamento al piano superiore per farci vivere Konrad (Berger), il suo giovane amante. Un atipico gruppo di famiglia in un interno, dal quale il professore sarebbe escluso per motivi anagrafici e culturali, nonostante provi un mix indefinibile di attrazione e repulsione verso i suoi giovani componenti. Il professore grazie al nuovo che irrompe torna ad apprezzare la vita, dopo un esilio volontario dovuto alla scomparsa degli affetti più cari (madre e moglie compaiono in rapidi flashback onirici), anche grazie agli eccessi che non condivide. Una vita che nonostante tutto sta per finire, come il suicidio di Konrad (resta il dubbio di un omicidio politico) si sforza di sottolineare, mentre la macchina da presa insiste sul professore che dal letto ascolta i metaforici passi di un terribile inquilino (la morte) al piano superiore.

Luchino Visconti gira il suo ultimo film personale – due anni prima di morire e poco prima del convenzionale L’innocente – scrivendo e sceneggiando un soggetto di Medioli, insieme a Suso Cecchi D’Amico, che si confronta con il mondo contemporaneo, i problemi politici, il rapporto tra generazioni, la droga, il sesso e la difficoltà di capire il tempo che passa modificando valori e ideologie. Grande interpretazione di Burt Lancaster (il personaggio scritto da Visconti è ispirato a Mario Praz ma è pure autobiografico), che – ben doppiato da Massimo Foschi – vince un meritato David di Donatello come miglior attore straniero. Helmut Berger è straordinario come controparte, perfetto per dare un volto e un carattere a un giovane bellissimo, quanto amorale e privo di scrupoli. Silvana Mangano si cala bene nei panni della marchesa arricchita, volgare e burina, che conduce una vita dissoluta. Non è un ruolo facile, se si pensa che Audrey Hepburn aveva rifiutato la parte ritenendola negativa per la sua carriera. Diligenti ma non perfetti i giovani Stefano Dionisi e Claudia Marsano (Nastro d’argento come miglior attrice debuttante), mentre si ricordano i rapidi camei – sotto forma di flashback – di Dominique Sanda e Claudia Cardinale.

Luchino Visconti gira da maestro un film teatrale, ben fotografato da De Santis e montato a dovere da Mastroianni, ambientato negli interni Dear e De Paolis, arricchito da una notevole costruzione scenografica e una cura certosina per gli arredamenti. Vince un David di Donatello e un Nastro d’Argento come miglior film, ma vengono premiate anche scenografia e costumi, che seguono la grande lezione de Il gattopardo. Pellicola girata in inglese e doppiata in italiano, per l’edizione di  Mario Maldesi, che si avvale di una straordinaria colonna sonora composta e diretta da Franco Mannino, un gradevole mix di momenti classici (Mozart) e suggestioni pop con brani cantati da Caterina Caselli (Desiderare, Momenti sì momenti no) e Iva Zanicchi (Testarda io).

Gruppo di famiglia in un interno a tratti ricorda le suggestioni di Teorema (1968) di Pier Paolo Pasolini, ma la parte politica e antiborghese è la più datata, quello che non va perduto sono le considerazioni poetiche come i vecchi amano il ricordo del mare e la solitudine anche se chi sta solo e cade non avrà nessuno a sollevarlo. Il carattere del professore viene fuori a poco a poco per immagini e rapide considerazioni, gli eventi della sua vita sono narrati a piccole dosi, come brevi ricordi, dalla guerra mondiale alla rinuncia al lavoro di scienziato, passando per la scomparsa di madre e moglie. Il messaggio, indenne al tempo che passa, mette in primo piano il rapporto generazionale, il dialogo tra vecchi e giovani, la voglia di un uomo maturo di avere un figlio al quale poter insegnare le poche cose che ha imparato. Il regista descrive il rapporto complesso tra il professore e Konrad – quel figlio che avrebbe potuto avere – e tutte le contraddizioni che legano due uomini così distanti eppure così uniti da un identico afflato culturale. “I vecchi diventano strani animali, intolleranti, solitari …”, dice il professore al suo singolare gruppo di famiglia prima di un violento attacco contro la società capitalistica e borghese, dopo aver espresso tutto il suo disprezzo per la società consumistica. “Tutto è stato molto peggio di quanto potevo immaginare, ma in ogni caso voi potevate essere la mia famiglia”, conclude.

La parte più intensa del film vede Burt Lancaster impegnato in un monologo letterario su come una parvenza di famiglia e la speranza di un figlio sia riuscita a risvegliarlo da un lungo sonno, allontanando per poco timori e paure. Ma nel finale tutto torna come prima, anzi, i passi della morte che vaga per le stanze del piano superiore diventano più intensi e si fanno più vicini. Un film che è invecchiato molto bene. Da rivedere.

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Regia: Luchino Visconti. Soggetto: Enrico Medioli. Sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico, Enrico Medioli, Luchino Visconti. Fotografia: Pasqualino De Santis. Montaggio: Ruggero Mastroianni. Aiuto Regista. Albino Cocco. Versione Italiana: Mario Maldesi. Direttore della Produzione: Lucio Trentini. Produttore. Giovanni Bertolucci. Case di Produzione: Rusconi Film spa (Roma), Gaumont International sarl (Parigi). Ispettore di Produzione: Federico Tocci. Segretario di Produzione: Federico Starace. Assistenti Regia: Giorgio Treves, Louise Vincent, Alessio Girotti. Segretaria di edizione: Renata Franceschi. Assistenti Montaggio: Lea Mazzocchi, Alfredo Menchini. Operatori alla Macchina: Nino Cristiani, Mario Cimini. Assistenti Operatori: Marcello Mastrogirolamo, Gianni Maddaleni, Adolfo Bartoli. Fotografo di Scena: Mario Tursi. Fonico: Claudio Maielli. Microfonista: Decio Trani. Aiuti Scenografi: Ferdinando Giovannoni, Nazareno Piana. Arredatore: Carlo Gervasi. Trucco: Alberto De Rossi, Eligio Trani. Parrucchieri: Maria Teresa Corridoni, Aldo Signoretti. Sarte: Maria Fanetti, Giuseppina Delli Carpini. Dati Tecnici: Technicolor – Girato in Todd-Ao. Esclusività E.C.E. Roma. Teatri di Posa: Dear spa, De Paolis srl. Registrazioni: International Recording spa. Voci: Cine Video Doppiatori. Edizioni Musicali: Curci (Milano) Brani Musicali di Wolfang Amadeus Mozart: Vorrei spiegarvi, oh Dio! – soprano Emilia Ravaglia; Sinfonia Concertante K 364 – violino Josef Suk, viola Josef Kodousek, Orchestra da camera di Praga. Scenografia. Mario Garbuglia. Arredamento: Dario Simoni. Costumi: Vera Marzot. Musiche: Franco Mannino (dirette dall’autore). Abiti: Yves Saint Laurent (Berger); Fendi (sartoria) e Piero Tosi (idea) (Mangano); Sartoria Tirelli (altri attori). Effetti Speciali: E. e G. Bacciucchi. Paesi di Produzione: Italia, Francia. Interpreti: Burt Lancaster, Helmut Berger, Silvana Mangano, Claudia Marsano, Stefano Patrizi, Elvira Cortese, Philippe Hersent, Guy Trejant, Jean Pierre Zola, Umberto Raho, Enzo Fiermonte, Romolo Valli, George Clatot, Valentino Macchi, Vittorio Fanfoni, Lorenzo Piani, Margherita Horowitz.

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[NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”]

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