Le guerre di Trump

Che Donald Trump fosse un nemico del multilateralismo che, bene o male, ha ispirato la politica occidentale sotto tutte le precedenti amministrazioni USA, specie democratiche, e che si proponga di provocarne il tramonto, si sapeva. Il suo show al G7 in Canada ne ha fornito una eloquente e sgradevole conferma. Si sospettava anche che, nella sua ringhiosa e rancorosa politica estera, si proponesse di alienarsi gli alleati, favorire i nemici di ieri e indisporre un po’ tutti. La conferma è arrivata con la imposizione di dazi su certi prodotti europei e canadesi e sulle intenzioni “punitive” annunciate nei confronti del Canada. Senza parlare, perché merita un discorso a parte, della guerra commerciale dichiarata al gigante cinese.

Intendiamoci, oltre che attuare promesse fatte in campagna elettorale, le misure trumpiane riflettono da una situazione seria e reale, cioè il permanente e crescente squilibrio della bilancia commerciale americana, sia nei confronti della Cina che dell’Europa (solo con l’UE, il deficit americano è di 150 miliardi di dollari l’anno). È chiaro che una situazione di questo tipo, a lungo termine, è insostenibile. La maniera di affrontarla è però di andare alle radici del problema, cioè la scarsa competitività di tanta produzione Usa non specializzata o di qualità inferiore a quella europea, e non cercare di sanarla con un tratto di penna di misure protezionistiche. Oltre che essere contrarie a tutto quanto gli Stati Uniti hanno predicato da sempre, provocano inevitabili ritorsioni e rischiano di mettere in atto una spirale di conflittività che alla fine danneggia e impoverisce tutti. E tuttavia, gli europei interessati, Germania in testa, dovrebbero non sottovalutare le ragioni profonde del disagio di cui Trump è portatore e non arroccarsi su posizioni di semplice negativismo, ma cercare, d’accordo con gli USA, soluzioni accettabili per contribuire a ridurre il superavit commerciale senza danneggiare a fondo le nostre economie.

È insomma uno dei casi in cui il dialogo s’impone. Perciò penso che lo cose dette, o piuttosto accennate, dal Premier Conte, sulla convenienza di capire a fondo le ragioni di certi atteggiamenti, siano giuste. Mentre scrivo, non so se il suo buon senso abbia avuto ascolto al vertice. Conte avrebbe però torto a radicalizzare le sue posizioni fino a rompere il fronte europeo che serve a difendere interessi di tutti, anche nostri. Certo, le nostre esportazioni di acciaio non sono veramente decisive per la nostra economia, ma che avverrebbe se, accettato il principio protezionistico, i dazi fossero estesi a settori per noi chiave, come quello dei prodotti alimentari, dell’abbigliamento e della meccanica di precisione? Governo e Lega accetterebbero sorridenti o strillerebbero come aquile? Il rischio di questi conflitti  commerciali è poi che è quasi impossibile tenerli fuori dell’ambito politico. La NATO è la base indispensabile della sicurezza  occidentale. Rimetterla in causa sarebbe semplicemente suicida. Ma è fondata su una solidarietà che non so quanto possa reggere quando si scatenano rivalità, conflitti, e anche odi commerciali. Come spiegheremmo ai lavoratori delle acciaierie e altre imprese europee, comprese quelle italiane, che la perdita di posti di lavoro a seguito dei dazi trumpiani non deve per nulla toccare la presenza in Europa degli Stati Uniti, delle loro truppe, delle loro armi anche nucleari?

Parlando di NATO, viene subito alla mente il problema dei rapporti con la Russia. Ho più volte scritto che su di essi non sarebbe impossibile una compatibilità tra le vedute di Trump e quelle del nuovo governo italiano. Continuo a crederlo, se si tratta di temi puntuali, quali la partecipazione della Russia al G8 e alle sanzioni, il cui mantenimento dovrebbe essere ormai legato, non più alla questione della Crimea, che è cosa irrealistica e meramente recriminatoria, ma all’applicazione degli accordi di Minsk. Ma la questione è più generale e investe il fondo della nostra strategia internazionale. Non si può volere una NATO più presente nel Mediterraneo (tra parentesi: più di quanto non sia?) e che difenda l’Italia (confondendo peraltro il problema, anche se reale e grave, dell’immigrazione dall’Africa con attacchi o minacce militari ai sensi degli articoli 4, 5 e 6 del Trattato fondatore dell’Alleanza) e poi dar per sotterrato il ruolo che fu all’origine della NATO e resta parte della sua perdurante validità, cioè il contenimento dell’espansionismo sovietico prima, russo poi. Che forse non fa impressioni a Salvini, ma certo inquieta profondamente i nostri alleati dell’Est europeo.

Dialogare con Putin va bene, cercare di riportarlo nell’alveo della cooperazione e della legalità internazionale, va benissimo. Ma ad occhi aperti, senza illusioni, senza ingenui entusiasmi di tipo leghista. Sapendo bene con chi si ha a che fare. Senza andarsi a prosternare ai suoi piedi, perché Putin è un giocatore furbissimo, che sa approfittare della debolezza altrui come pochi. E sempre ponendo come priorità la solidarietà tra alleati che, dal lontano 1949, costituisce la garanzia della nostra sicurezza e della nostra proiezione nel mondo.

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