Il padrone e l’operaio (Film, 1975)

Il padrone e l’operaio è un ottimo film comico di Steno – che si avvale della collaborazione del figlio Enrico – ben sceneggiato da Vincenzoni e Donati, con una colonna sonora memorabile di Gianni Ferrio, unita a una sigla finale a ritmo di mazurka cantata da Cochi e Renato. Decimo incasso dell’anno in un periodo storico che vede la commedia all’italiana permearsi sempre più di elementi erotici, cosa che non è nelle corde migliori di Steno, ma in ogni caso il regista se la cava bene sfumando le sequenze piccanti al momento giusto.

Renato Pozzetto non ha ancora ben definito il suo personaggio cinematografico, viene da alcuni successi di pubblico come Di che segno sei? e La poliziotta e qui caratterizza da par suo un ricco imbranato che invidia i successi erotici di un povero operaio. Teo Teocoli è bravo in un ruolo da tombeur de femmes, che diventa persino amico del padrone, nonostante i tiri mancini di cui è vittima dentro e fuori la fabbrica.

Il dottor Tosi (Pozzetto) è in cura da uno psicanalista (Valdi), soffre di gastrite, non riesce ad avere rapporti sessuali neppure con le giovani amanti (Bray e Rizzoli) ed è sopraffatto da moglie (Coluzzi) e suocero (Zanchi) che impongono con decisione il loro volere. Per questo invidia Luigi Carminati, povero ma felice, intraprendente con le donne, che conquista con modi spicci e senza tanti fronzoli. Teocoli vince la concorrenza di Boldi e di Smaila per il ruolo dell’operaio, del milanese lover, ripagando con un’interpretazione convincente la fiducia del regista. La pellicola si ricorda anche per il debutto di Guido Nicheli (una sola scena, purtroppo doppiato), per un piccolo ruolo di Annamaria Rizzoli (futura star della commedia sexy anni Ottanta) e per una breve apparizione di Loredana Berté.

Steno, Vincenzoni e Donati non sono tanto interessati al discorso politico che annacquano con molti riferimenti erotici, quanto alla costruzione di personaggi sopra le righe e di un apparato comico soddisfacente. Colonna sonora suadente con brani di liscio che si impongono all’attenzione dello spettatore durante le sequenze di ballo alla casa del popolo, ambientazione meneghina, attori prelevati dal Derby, locale storico della dolce vita milanese. Tecnica di regia matura, con moderato uso dello zoom e di alcune dissolvenze a binocolo, vero e proprio segno dei tempi. Battutacce da commedia pecoreccia come Donna ridente mutanda calante e Voglio tastare il polso alle masse (doppio senso ben poco velato) rendono alla grande il clima da comicità cabarettistica.

Parte onirica fantastica che vede un taglio del pisello praticato con la scimitarra ai danni del rivale operaio. Crociera in mezzo ai ricconi con Nicheli per la prima volta nei panni del cumenda, sia perché amico di Pozzetto sia perché giudicato da Steno un volto interessante. Finale imprevisto con il rapporto sessuale tra la moglie del ricco e l’operaio che finisce per sconvolge definitivamente la psiche del padrone. Doppio finale che dimostra come il padrone si sia soltanto servito dell’operaio per compiere una fuga globale da doveri coniugali e responsabilità. La musica da cabaret di Cochi e Renato accompagna i titoli di coda con le parole comiche di Col liscio è un’altra cosa. Un film da riscoprire.

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Regia: Steno. Durata: 105’. Genere: Commedia.  Soggetto e Sceneggiatura: Sergio Donati, Luciano Vincenzoni. Fotografia: Luigi Kuveiller. Produttore: Carlo Ponti. Musiche: Gianni Ferrio. Aiuto Regia: Enrico Vanzina. Interpreti: Renato Pozzetto (Gianluca Tosi), Teo Teocoli (Luigi Carminati), Francesca Romana Coluzzi (Maria Luce Balestrazzi), Gillian Bray (Silvana), Loris Zanchi (commendator Balestrazzi), Gianfranco Barra (Vismara), Guido Nicheli (Guido), Walter Valdi (dr. Bauer), Edda Ferronao (moglie di Bauer), Paola Maiolini (ragazza che balla con Gianluca), Anna Maria Rizzoli (Violante), Aldo Rendine (colonnello), Loredana Berté (Maria Grazia Marigotti), Alena Penz, Enrico Beruschi (rappresentate sindacale). 

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[NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”]

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