Il dramma del PD

Il Partito Democratico è uscito, io credo ingiustamente, dinamitato dalle ultime elezioni. Un partito che alle Europee del 2014 aveva avuto più del 40% dei voti è sceso al di sotto del 20%. Metà del suo elettorato l’ha abbondonato. È inutile ora stabilire di chi è la colpa. La sinistra interna ed esterna al PD porta probabilmente la responsabilità principale, ma Renzi ha commesso gravissimi errori, per lo più di supponenza. È riuscito a far apparire il PD come un partito di puro potere, il partito delle banche, ripudiato da una parte del suo elettorato tradizionale e respinto da quella parte del ceto medio che si era per un breve momento affidata alle sue mani. E ha aperto la strada all’imbonimento grillino (che di mosse ne ha sbagliate pochissime).

Lo stesso Renzi, con i suoi ultimi capricci da bambino offeso, con le sue scoperte manovre per rimanere in scena, ha non poco contribuito a trasformare il disastro elettorale in qualcosa di peggio: una spaccatura interna nel gruppo dirigente, che è letteralmente esploso.

Io sono tra quelli che ritengono che un partito progressista e riformatore, moderato ed europeo, sia vitale per la nostra democrazia. Il rischio, altrimenti, è di consegnarci mani e piedi agli estremismi e populismi di vario colore, e non è un rischio astratto. Potrebbe verificarsi nelle prossime settimane, se non prevalessero buon senso e responsabilità, come ha chiesto il Presidente Mattarella. Ma i fatti sono quelli che sono e la lacerazione interna al PD appare gravissima e difficile da rimarginare, almeno a breve termine.

Gli avversari del PD non hanno, però, motivo di rallegrarsi. Paradossalmente, in questa torbida fase, i parlamentari democratici, per quanto ridotti di numero, potrebbero essere chiamati a svolgere un ruolo centrale, da ago della bilancia. Il loro apporto potrebbe infatti essere decisivo per permettere la formazione di una maggioranza e scongiurare l’ipotesi peggiore, quella di un accordo diretto Lega-5 Stelle. È presumibile che il Capo dello Stato richiami il partito al senso della responsabilità, magari suggerendo il suo appoggio esterno a un governo di minoranza (come fatto dai socialisti in Spagna).

Ma a quale governo? Sulle possibile alleanze, anche solo informali, il PD è profondamente diviso. Io credo che pochi al suo interno siano favorevoli ad appoggiare un governo del Centrodestra dominato da Salvini. L’ipotesi di un accordo con Di Maio raccoglie maggior favore (quello esplicito di Emiliano e quello, per ora solo implicito, di altri esponenti), ma le ferite della campagna elettorale sono ancora aperte e brucianti. Non solo Renzi, ma Orlando, Calenda e tanti altri, hanno espresso la loro ostilità a un’intesa co i grillini. Ed è da pensare che, quale che sia la scelta di un’alleanza, il partito si spaccherebbe, frantumandosi in modo da ridursi alla completa irrilevanza (come successo alla DC negli anni Novanta).

La via d’uscita, o piuttosto di fuga quasi obbligata, può dunque apparire l’andare all’opposizione, nella speranza di ricompattarsi e rigenerarsi, profittando degli inevitabili errori di chi governerà. Peccato, perché in qualsiasi formula di governo il PD rappresenterebbe una garanzia di moderazione e di europeismo. Ma credo che a questa prospettiva ci si debba preparare.

Vedremo comunque cosa avverrà nella direzione del PD di domani. Credo che nessuno seguirà gli sviluppi con più interessata attenzione del Presidente della Repubblica, il quale dovrà poi tentare di sciogliere  i nodi della matassa.

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