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Un milione di alberi contro dietrofront di Trump sul clima Impegni presi in tutto il mondo, obiettivo è arrivare a 10 mld – Un milione di alberi, dall’Alaska al Sudafrica passando per l’Italia, l’India e l’Australia, è stato piantato per compensare le emissioni di gas serra generate dalla “stupidità monumentale” di Donald Trump in campo climatico. E’ questo il primo traguardo della “Trump Forest”, un’iniziativa lanciata l’anno scorso che punta a piantare 10 miliardi di alberi per neutralizzare il dietrofront del presidente degli Stati Uniti rispetto agli impegni presi da Barack Obama sul contrasto al riscaldamento globale. L’impegno a piantare il primo milione di alberi è stato raggiunto grazie al contributo di oltre tremila privati e aziende non solo negli Usa, ma in tutto il mondo. In Italia – si legge nella mappa dell’iniziativa sul sito trumpforest.com – sono decine i donatori. La Enfasi Design di Vinovo (TO), ad esempio, ha donato 94 mangrovie che saranno piantate in Madagascar; Pasquale di Riccia (CB), Stefania di Oristano e Carlo di Perugia ne hanno regalate 140 ciascuno, Ilaria di Trento 237 e Simone di Sesto Fiorentino 580. La Foresta di Trump, “dove l’ignoranza fa crescere gli alberi”, è un’idea nata nel marzo scorso dal neozelandese Adrien Taylor, fondatore della startup Offcut che crea cappelli fatti con tessuti riciclati, insieme allo scienziato climatico inglese Dan Price e al dottorando americano Jeff Willis. Secondo gli ideatori il Clean Power Plan, cioè il piano di Obama sull’energia pulita, eviterebbe l’immissione in atmosfera di 650 milioni di tonnellate di CO2 nei prossimi 8 anni. Per compensare la cancellazione del piano da parte di Trump, il team ha calcolato che occorra mettere a dimora 10 miliardi di alberi. (ANSA)

Clima, impatto su mare per secoli dei ritardi su tagli CO2. Rimandare di 5 anni comporta 20 cm in più di innalzamento oceani – Rimandare di qualche anno le azioni necessarie per abbattere le emissioni di gas serra avrà effetti sul pianeta nei secoli a venire. Ogni 5 anni di ritardo nell’adottare politiche climatiche forti fará sì che nel 2300 il livello del mare salirá di ulteriori 20 centimetri. Lo calcolano i ricercatori del Potsdam Institute in uno studio pubblicato sulla rivista Nature Communications. Se gli impegni climatici previsti dall’accordo di Parigi saranno rispettati, nel XXIV secolo il livello del mare sarà da 70 a 120 centimetri più alto rispetto all’attuale, dicono gli esperti. Posticipare aggraverà la situazione: per ogni cinque anni di ritardo, tra il 2020 e il 2035, si aggiungeranno 20 centimetri all’innalzamento. “L’innalzamento non è un problema lontano: è adesso. Solo che ora non riusciamo a vederlo, perché il sistema è molto lento”, evidenzia Matthias Mengel del Potsdam Institute. L’aumento del livello dei mari è causato dal riscaldamento e dall’espansione delle acque oceaniche, nonché dallo scioglimento dei ghiacciai montani, delle cappe di ghiaccio e delle calotte della Groenlandia e dell’Antartide. Questi fattori, spiegano gli esperti, rispondono in modi e in tempi diversi a un clima piú caldo. Si tratta di una risposta ritardata, che va da secoli a millenni. “Il cambiamento climatico causato dall’uomo ha già programmato una certa quantità di innalzamento del livello del mare per i prossimi secoli”, rileva Mengel. “Ad alcuni potrebbe sembrare che le nostre azioni odierne possano non fare una grande differenza, ma lo studio illustra quanto sia errata questa percezione”. (ANSA)

Clima: iniziative di adattamento per solo 2 imprese italiane su 10 – Nonostante il 40% circa delle aziende italiane riconosca già gli effetti dei cambiamenti climatici su almeno una delle aree principali della propria attività (asset, operazioni, catena di fornitura o clienti e mercati) o se li aspetti nel breve termine, sono poche quelle che hanno già preso precauzioni. Solo due imprese italiane su dieci (il 19%, -6% rispetto alla media globale) hanno già implementato iniziative di adattamento e resilienza al climate change, mentre il 14% le sta pianificando. Il 36% del campione, poi, si propone di valutare quali siano le azioni rilevanti da intraprendere entro il breve termine, mentre il 30% dichiara che non saranno avviate azioni su questo fronte nei prossimi tre anni. A frenare le aziende sembrano essere la mancanza di consapevolezza (30%) e l’idea che i cambiamenti climatici avranno un impatto solo limitato sulla propria attività (36%). I costi (31%) e la mancanza di incentivi (36%) rappresentano barriere all’azione altrettanto importanti. Lo rileva l’ente di certificazione internazionale Dnv Gl che ha recentemente pubblicato un’indagine sul tema dell’adattamento e della resilienza ai cambiamenti climatici da parte del mondo delle imprese, coinvolgendone oltre 1.200 nel mondo. L’indagine, condotta in collaborazione con l’istituto di ricerca GFK, ha evidenziato come le aziende su scala globale siano ancora impreparate ad affrontare la problematica. Non fanno eccezione le imprese italiane, che non spiccano per proattività. Il futuro, tuttavia, promette progressi. Interrogati sulla propensione all’adozione di strumenti o servizi per costruire la propria resilienza al clima nei prossimi tre anni, il 71% degli italiani partecipanti all’indagine risponde in maniera positiva. 1 su 4 degli intervistati condurrà un assessment per valutare i rischi climatici a cui è esposto il proprio business, mentre 1 su 5 investirà per sviluppare la propria conoscenza e capacità di risposta alla problematica. L’indagine ha anche evidenziato quali sono i rischi climatici più temuti: innalzamento delle temperature e ondate di calore (73%) in netta predominanza, tempeste e siccità (31%) e alluvioni (29%) sono gli eventi climatici più temuti dalle aziende del nostro Paese. Seguono, a distanza, gli incendi (14%), l’innalzamento del livello medio del mare (12%), frane e smottamenti (11%) e acidificazione delle acque marine (5%). (AdnKronos)

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