Fuoco e furia

Un giornalista americano molto conosciuto, Michael Wolff, ha scritto un libro intitolato Fuoco e furia: dentro la Casa Bianca di Trump. Il libro, risultato di centinaia di interviste condotte con l’entourage del Presidente, è uscito nelle librerie venerdì scorso, in anticipo rispetto alla data annunciata di martedì prossimo. Gli avvocati di Trump, con una mossa senza precedenti in un Paese che ha un culto così grande per la libertà di opinione e di stampa, ne avevano chiesto agli editori la soppressione, minacciando azioni legali. La Casa editrice non si è piegata a questo diktat, mentre intanto la BBC e la CNN avevano già trasmesso in anteprima alcuni estratti del libro, tutti demolitori della figura e del carattere del Presidente.

Trump viene descritto come un ragazzaccio maleducato e viziato, incosciente delle gravi responsabilità che spettano al Capo dell’esecutivo, un tipo ignaro della Costituzione USA, incapace di concentrare la sua attenzione e ancora di più di ascoltare gli altri, uno che passa le notti divorando hamburgers, guardando la TV e telefonando ai suoi amici e che, dopo la imprevista vittoria del novembre 2016, ha mostrato una specie di costernazione e quasi di panico di fronte alle responsabilità del potere. Un ritratto d’insieme che corrisponde sostanzialmente a quello che già pensano molti politici e giornalisti americani, compresi alcuni repubblicani, e quadra con quello che disse di lui Hillary Clinton:  è “unfit for the job” (inadatto per quel lavoro).

Tutto questo, peraltro, resta nell’ambito delle opinioni. Può danneggiare l’immagine del Presidente, ma non molto più di quanto già apparso nella grande stampa, specie nel Washington Post e nel New York Times. Quello che fatto infuriare davvero  la Casa Bianca è l’anticipazione di quello che avrebbe detto l’ex stratega della campagna presidenziale e per qualche mese “stratega capo” della Casa Bianca, l’estremista di destra Steve Bannon, che Trump dovette liquidare in agosto per il pessimo maneggio di una crisi razziale nel Sud degli Stati Uniti. Bannon si è riferito a un incontro avvenuto durante la campagna elettorale con un’avvocatessa russa nella Trump Tower, al quale avrebbero partecipato il figlio di Trump Donald jr e il genero Jared Kushner. In quell’incontro. l’avvocatessa si sarebbe offerta di offrire informazioni riservate originate dai servizi segreti russi e dannosi per Hillary Clinton. Non pare che la cosa abbia avuto seguito, ma Bannon ha definito l’incontro in sé come sovversivo e come un atto di tradimento alla Patria. Da qui i furori di Trump, che ha tuonato contro Bannon, accusandolo di aver perso la ragione. I suoi avvocati lo hanno accusato di aver violato “il vincolo di confidenzialità” contratto al momento di entrare a lavorare per la Casa Bianca (nessuno però, finora, ha smentito l’incontro o i suoi contenuti). Neppure questo episodio può, di per sé, mettere veramente a rischio la Presidenza, se visto come un fatto isolato. Altro discorso è se lo si inquadra nei più generali rapporti con la Russia – e sul tentativo di silenziare l’FBI – sui quali sta indagando il Procuratore speciale Muller. Solo da li, eventualmente, può venire un pericolo serio.

Al di là di questi aspetti, è desolante il quadro complessivo d’improvvisazione, di falsità, di guerriglia contro la stampa critica, di creazione di nemici esterni, che sta fornendo questa Presidenza. Basta pensare alla leggerezza irresponsabile con cui Trump tratta questioni serie come le relazioni con la Corea del Nord (con quelle infantili bravate: “Il mio bottone è più grande del tuo”, che quasi finiscono per far apparire serio e affidabile il demente Kim Jong-un). Ma neppure questo basta, finché sul fronte dell’economia, che è quello che più da vicino tocca la gente, le cose vanno bene. PIL in crescita, indice azionario che vola, disoccupazione ai minimi. La serie positiva, per la verità, era iniziata già negli ultimi anni di Obama, ma Trump le ha dato una spinta. Come poteva essere altrimenti con una politica protezionista verso l’esterno e di forte calo delle tasse? Ricette facili, demagogiche, incuranti del costo a medio termine in tema di deficit fiscale e di rapporti col mondo. Andrà tuttavia valutato nei prossimi mesi il reale stato dell’opinione pubblica, spesso determinato da percezioni immateriali. Per il momento, i sondaggi danno la popolarità del Presidente non superiore al 40%, e le elezioni senatoriali parziali hanno dato la vittoria ai democratici. Vedremo se le Legislative di novembre ridaranno a questi la maggioranza. Ma il tempo da qui ad allora è lungo e chissà quali altri disastri sono possibili.

E intanto, gli Europei la smettano di litigare tra di loro e di guardarsi l’ombelico. In questa fase, gli Stati Uniti non sono né una guida né un partner affidabile. Certo non va rotto o incrinato il rapporto transatlantico, che è vitale (né la NATO che lo rappresenta), che sono destinati a sopravvivere anche a Trump, in attesa di tempi migliori. Ma gli Europei, a cominciare da noi Italiani, devono imparare a comportarsi da adulti.

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