Osservatorio Pavia: nei Tg più emergenza che informazione

A partire dalle sigle musicali, dal ritmo incalzante e drammatizzante, anche i telegiornali del Bel Paese puntano sempre più sulla componente emotiva ed emergenziale: persino sui temi economico-ambientali, sui quali i cittadini sono particolarmente sensibili e dovrebbero ricevere informazione approfondita. E’quanto è emerso durante la presentazione di uno studio sull’informazione dei Tg realizzato dall’Osservatorio di Pavia, in occasione della 2° edizione del Festival della Comunicazione Sociale, organizzato dalla Fondazione Pubblicità Progresso il 28 novembre a Milano. Dal monitoraggio dell’Osservatorio è emerso che nel periodo gennaio-settembre 2016, su 35 mila notizie prodotte dai telegiornali di Rai, Mediaset e La7, solo il 7% ha riguardato temi ambientali; e di queste il 48% raccontavano incidenti o calamità, mentre solo il 17% dava conto di buone prassi.

“Parlare di sostenibilità soltanto quando si verificano emergenze o eventi critici non basta”, ha spiegato Giovanni Sarani, Consigliere d’Amministrazione dell’Osservatorio di Pavia, nel presentare lo studio. “La consapevolezza dei cittadini su questi temi e sull’impatto delle azioni di ognuno andrebbe stimolata quotidianamente, magari promuovendo buone prassi di comportamento in grado di rendere più sostenibili gli stili di vita delle persone”. Vero: ma perché non lo si fa? “È piuttosto inevitabile che i Telegiornali inseguano le notizie drammatiche: in fondo richiedono meno lavoro redazionale”, ha spiegato Alberto Contri, presidente di Pubblicità Progresso. “Le notizie che richiedono di essere contestualizzate o argomentate o spiegate sono le meno gradite alle redazioni anche per la mancanza di tempo”.

Paradossale: i giornali perdono copie vendute, i Tg vedono diminuire gli ascolti ‘per colpa di internet’, e sempre ‘a causa di internet’ il mestiere di giornalista fatica ogni giorno di più a giustificarsi anche socialmente, eppure le redazioni selezionerebbero le notizie anche in base alla facilità di lavorazione. Tutta colpa dei redattori? No: uno scenario come questo non è immaginabile in contrasto con la linea indicata dalla dirigenza ad ogni azienda editoriale. E le aziende sembrano subire l’ondata pseudo informativa di internet invece di offrire al pubblico una alternativa di qualità; e coltivano l’ossessione per l’ultima notizia, lanciano titoli in rosso ed adottano un linguaggio sincopato per gli speaker, a danno della comprensione delle stesse notizie che trasmettono. A perderci è la libertà dei cittadini ad essere informati, perché più news, e più ‘angoscianti’, non significa maggiore informazione: al contrario, l’attenzione dedicata a organizzare una quantità enorme di dati e di emozioni riduce o annienta la possibilità di riflessione e comprensione da parte di ogni mente pensante. E questo nega il diritto all’informazione anziché garantirlo.

Il problema evidenziato dal convegno di Milano è quindi un problema di ordine informativo, etico, sociale, economico e politico, e per i suoi effetti estremi perfino sanitario, che è generato da una ‘quantità’, quella delle informazioni. La ‘quantità’ prodotta dal mezzo – internet e non solo – è spazzatura senza la ‘qualità’ della fonte, della selezione e della elaborazione critica. Purtroppo, la ‘resa alla quantità’ di informazione da parte di numerosi gestori del servizio informativo somiglia terribilmente all’accettazione supina degli ‘automatismi di mercato’, presunti ‘impersonali’, e presunti ‘non orientati’, predicata da certi teorici del mercato. Ma qui è in gioco l’Informazione: un valore, una ‘qualità’ in democrazia, che però è minacciata da un problema. Un problema che è ‘quantitativo’, e va affrontato quindi in primo luogo sul piano conoscitivo-quantitativo, sul piano delle rilevazioni. Come fa l’Osservatorio di Pavia, istituto di ricerca indipendente specializzato nell’analisi dei media, ma anche della comunicazione sociale, scientifica ed economica, dedicato ‘alla salvaguardia del pluralismo sociale, culturale e politico attraverso l’elaborazione di metodologie innovative di ricerca e analisi’, che si è costruito una reputazione che va oltre i confini ed è riconosciuta e richiesta da istituzioni di tutto il mondo.

L’idea che istituzioni come l’Osservatorio portano avanti è che l’informazione e la comunicazione non siano mostri acefali affidati al caso o al mercato, ma strumenti utilizzati consapevolmente che possono assumere un valore straordinario per la crescita delle persone: e non è un caso che l’Osservatorio di Pavia abbia lavorato sulla comunicazione sociale nei Paesi emergenti oltreché in quelli avanzati e per le istituzioni europee. Ma anche per gli organicismi che operano nell’informazione. I risultati degli studi dell’Osservatorio su pluralismo politico e sociale, sulle attività internazionali, su migrazioni e multiculturalismo, sicurezza e giustizia, economia, impresa e lavoro, su cultura e stili di vita, pubblicità, sport su ambiente e salute sono disponibili sul sito dedicato, anche se da noi l’Osservatorio è noto soprattutto per le rilevazioni sui media nelle occasioni elettorali, e ultimamente proprio su ambiente ed economia. Dati che parlano del mondo. Su un sito che ha il valore ‘postmoderno’ di essere libero da banner pubblicitari. A conferma che la Rete, internet, si rivela una risorsa, se è gestita e non subita. Basta cercare.

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