Revolution, dai Beatles a Woodstock

Milano – Gli spazi della Fabbrica del Vapore, dal prossimo 2 Dicembre, ospiteranno la mostra più colorata, ritmata, allegra, psichedelica e rivoluzionaria degli ultimi tempi; si tratta di Revolution che, arrivata direttamente dal Victoria and Albert Museum di Londra, vede protagonisti gli anni che vanno dal 1966 al 1970, anni di rivoluzione di costume e pensiero che hanno cambiato la società a livello mondiale.

Questa mostra raccoglie tutto il materiale e le testimonianze (oltre 500 oggetti) che quegli anni produssero ed a fare da colonna sonora saranno proprio le canzoni dell’epoca, quelle dei The Beatles, dei Pink Floyd, di Jimi Hendrix, dei The Who, di Simon and Garfunkel, molti dei quali devono la loro fortuna al DJ, produttore e giornalista britannico John Peel che, dal programma Perfumed Garden di Radio London prima, e dalla BBC successivamente, plasmò i gusti musicali di quell’epoca.

Curata da Victoria Broackes e Geoffrey Marsh (Victoria and Albert Museum di Londra) con la collaborazione di Fran Tomasi (il primo promoter italiano a importare i Pink Floyd), Clara Tosi Pamphili (giornalista e storica della moda) e Alberto Tonti (critico musicale), l’esposizione accompagna i visitatori tra oggetti, vestiti, mobili e foto d’epoca attraverso un percorso tematico (Swinging London 1966; Club e controcultura; Voci di dissenso 1968; Esposizioni Universali e consumismo; Raduni e festival; Comuni e West Coast 1970; Imagine – Immagina) che fa da bussola tra gli eventi e la numerosa produzione artistica di quegli anni.

Sono anni in cui i giovani che si avviano all’università iniziano a farsi numerose domande sul mondo che li circonda ed iniziano a comprendere che non esiste solo la loro città, ma un universo di persone forse meno fortunate di loro e che non posso accedere agli stuti, così scoppiano le prime proteste universitarie; inoltre ci si rende conto dell’importanza dell’ambiente e di come il crescente consumismo possa portare a danni permanenti, infatti si formano le prime comunità hippy che vedono numerosi ragazzi riunirsi in campagna per vivere in modo più naturalistico.

Questi cambiamenti sono avvertiti anche dalle case di moda e dai design di interni che sono portati a ripensare l’abbigliamento e l’arredamento secondo le nuove esigenze; questo vento nuovo soffia un po’ in tutte le direzioni, tanto che anche i musicisti iniziano a comporre pezzi che inneggiano all’amore ed ad un mondo senza barriere razziali e senza pregiudizi, come All you need is love, divenuto inno dei figli dei fiori, o Imagine dei The Beatles.

Sono anni in cui le persone sentono l’esigenza di riunirsi, di fare fronte comune e superare i problemi insieme, scambiare le proprie idee e condividere le proprie conoscenze per creare una società migliore, nel 1976 partendo da queste basi Steve Jobs e Steve Wozniak si riuniscono per creare una nuova impresa, la Apple Inc, che dal loro garage crescendo giungerà alla sede odierna di Cupertino.

Questi sono anni in cui si lotta per il multiculturalismo, il femminismo ed i diritti degli omosessuali, un clima ben descritto in Blow Up di Antonioni, girato nello studio fotografico di John Cowan, mentre fuori una società sempre più variopinta insegue le tendenze del momento.

Questa mostra, però, non si pone lo scopo di consacrare gli anni Sessanta a reliquia da venerare, ma cerca di porsi alcuni quesiti, evidenziando ciò che non è stato realizzato delle tante ideologie degli anni Sessanta e quello che invece di favorire la condivisione e la maggiore unione dei gruppi ha condotto all’individualismo. Inoltre serve anche a cercare di recuperare quello slancio, quella grinta e quelle energie che hanno portato a traguardi significativi, come l’emancipazione delle donne e la rivoluzione di pensiero che ha reso gli individui meno succubi delle autorità, così come ricordato anche nel recente show televisivo CasaMika dal cantante libanese Michael Holbrook Penniman Jr, in arte Mika.

Dov’è finita, dunque, quella determinazione che negli anni sessanta ha portato le persone, non solo ad immaginare un futuro migliore, ma anche ad assumersi la responsabilità di renderlo possibile?

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