Emergenza migranti, l’Italia chiede la revisione di Triton

Un fatto è indubbio e riconosciuto dalla comunità internazionale: l’Italia sta subendo – in queste ore – una pressione migratoria di straordinaria intensità. La chiusura della rotta balcanica, grazie al foraggiamento UE di ben 3 miliardi di euro alla Turchia, si è rivelata una mossa favorevole per Germania e Mitteleuropa, non certo per il nostro Paese. Erdogan ha subito chiuso con successo il rubinetto, tanto da far pensare a una deliberata permeabilità del confine turco-siriano, onde incentivare sostanziose offerte dall’Unione, puntualmente arrivate. Nel contempo, il Mediterraneo ha più che decuplicato il traffico, tra sgangherati barconi di neoschiavisti e “traghetti” delle Ong più disparate. Tra queste ultime, se ne registrano alcune nate all’istante, per lo più estere; hanno la mission di gestire emergenze umanitarie, ma esiste il sospetto che facciano, volontariamente o meno, il gioco di organizzazioni criminali o quanto meno borderline e di comitati d’affari di colletti bianchi, che hanno convertito il dramma migratorio nel nuovo business del terzo millennio.

Ora che la direttrice libico-italiana è l’unica opzione disponibile, orde di fuggitivi dalla guerra e dalla fame in Medio Oriente convergono nel collo di bottiglia africano, mescolandosi ai flussi autoctoni, costituiti per lo più dai cosiddetti migranti “economici” e, in misura ridotta, da clandestini di difficile identificazione, che intendono trasferire le proprie attività delinquenziali altrove; fra questi, anche infiltrati dell’Isis. Una nota di colore: tra gli imbarcati, non risultano mai cittadini libici.

La non futilità dell’inchiesta del procuratore di Catania Carmelo Zuccaro, circa l’irregolarità dei salvataggi effettuati da imbarcazioni di alcune Ong, use a prelevare migranti addirittura a ridosso delle coste libiche, è confermata dalle richieste del governo italiano – nel recente incontro di Varsavia – di rinegoziare il trattato siglato a Dublino,  non più rispondente all’evoluzione del fenomeno, di revisionare i termini dell’operazione Triton di pattugliamento nel Mediterraneo da parte di Frontex e di maggiore collaborazione europea in tema di ripartizione e accoglimento. Sull’ultimo punto, è stata avanzata la proposta di poter sbarcare i migranti nei porti di altri Stati membri, in caso di loro massiccio afflusso.

Al momento, pur preso atto della situazione, l’Italia incassa il solo sostegno dell’Agenzia per le Frontiere europea: Frontex espanderà l’uso della sorveglianza aerea, aiuterà Roma nelle attività di rimpatrio e aumenterà la sua presenza negli “hotspot” italiani per affiancare le autorità nazionali nel processo di identificazione, registrazione e istruzione delle richieste d’asilo dei migranti; metterà a disposizione 400 funzionari e parteciperà con un gruppo di lavoro alla stesura del codice di condotta per le Ong, che l’Italia sta elaborando. “Un piccolo passo” dichiara il premier Gentiloni, ma, tanto per essere realistici, non saranno dodici navi, tre aerei e quattro elicotteri a cambiare la sostanza delle cose.

E, infatti, per quanto concerne eventuali sbarchi in altri porti europei, i nostri partner rispondono picche, confermando un reiterato atteggiamento, tutt’altro che solidale, di fastidio e chiusura nei nostri confronti. Di contro, va segnalato che, sul tavolo a Bruxelles, la questione dell’immigrazione è, probabilmente, una delle leve che Renzi sta utilizzando per ottenere maggiore flessibilità sui conti italiani e sul salvataggio, questa volta non umanitario, delle banche venete; vedersi negare il sacrosanto sul problema nel Mediterraneo, potrebbe sollecitare inaspettate aperture circa le nostre magagne economiche interne. Sinceramente, non sappiamo se rallegrarcene o meno.

Resta, comunque, in materia d’immigrazione, l’incapacità cronica dei partner europei di perseguire una linea coesa, che contempli sacrifici equamente ripartiti e meccanismi organizzativi funzionanti tanto nel coordinamento dei salvataggi e dell’allocazione territoriale, quanto nella celerità ed efficacia dei rimpatri per i non aventi diritto; questa macchia è, ormai, uno dei principali fattori di disgregazione politica dell’Unione. Se Bruxelles non adotta tempestivamente soluzioni meno miopi delle mere, e insufficienti per taluni, erogazioni di denaro per scaricare l’intera questione sul groppone del singolo Stato membro – a compensazione del ruolo di fusibile destinato a bruciare per salvare la centralina – presto l’Unione Europea rischierà di diventare storia per i libri scolastici.

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